Spacciatori di vuote parole

- Pierluigi Colognesi

La nostra società sta perdendo quella che potremmo chiamare “cultura del linguaggio e della parola”. Riflettiamo se il nostro “vano parlare” sia davvero la cosa migliore. PIGI COLOGNESI

Sull’ultimo numero de La Nuova Europa (la rivista di Russia Cristiana non è più cartacea ma un “portale di informazione indipendente”) trovo un interessante articolo di Artemij Safyan intitolato Liberaci dal vano parlare. Vi si dice che durante il periodo quaresimale (come tempi sono un po’ in ritardo, ma il contenuto mi sembra valido lo stesso) i nostri fratelli ortodossi russi recitano spesso, sia al termine della liturgia che personalmente, la preghiera di sant’Efrem Siro (IV secolo) che inizia così: “O Signore e Maestro della mia vita, togli da me lo spirito di ozio, scoraggiamento, brama di potere e vano parlare”. Ciò che ha attirato subito la mia attenzione è il “vano parlare”; mi ci sono già soffermato nell’editoriale dell’11 aprile scorso, ma credo utile tornarci.

Safyan commenta: “In questa preghiera i fedeli chiedono a Dio di liberarli in particolare da quattro passioni: ozio, scoraggiamento, brama di potere e vano parlare. Se il pericolo mortale che si cela nelle prime tre è abbastanza evidente alla coscienza dei cristiani, il vizio del ‘vano parlare’ viene spesso guardato in maniera tutt’altro che univoca. L’uomo d’oggi, che vive nello spazio informatico, è incline a vedere in questa concezione, che identifica nel ‘vano parlare’ un peccato, una sorta di relitto del passato, o più semplicemente non vi presta alcuna attenzione. Invece “La nostra società sta perdendo quella che potremmo chiamare ‘cultura del linguaggio e della parola’. Parrebbe che l’accesso all’informazione non possa che arricchire il linguaggio. Ma nella realtà avviene il processo inverso: le parole si staccano dagli oggetti che esprimono, il loro significato si dissolve”.

Lo diceva anche il grande teologo Aleksandr Smeman (I passi della fede, La casa di Matriona): “Il ‘vano parlare’ può sembrare un difetto da poco, insignificante. Che cosa c’è qui di terribile? Ma nel Vangelo sta scritto: ‘Di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto’ (Mt 12,36). E allora cominciamo a riflettere se il nostro ‘vano parlare’ sia davvero una cosa tanto semplice e innocente… Ciascuno di noi, se non riflette in astratto ma sulla propria vita, rimettendosela davanti agli occhi, può convincersi facilmente che probabilmente sono proprio le parole (dette da noi o a noi) quello che nella vita ci ha recato più dolore, ci ha più amareggiato, ci ha avvelenato di più minuti, ore e giorni. La parola può avvelenare l’anima, riempirla di sospetto, di paura, di astio, di rancore, di cinismo. E, naturalmente, non solo nella vita privata, personale. Noi viviamo in un’epoca di vaniloquio davvero universale. Giornali, radio, libri, scuola sono tutti come il simbolo di un unico grandioso, continuo, ininterrotto ‘vano parlare’, che ci infarcisce, ci riempie le teste di idee altrui. Si può dire senza tema d’esagerazione che il mondo è malato, avvelenato dal ‘vano parlare’, che in ultima analisi è sempre una menzogna”.

Nell’enciclica con cui lo dichiara Dottore della Chiesa (Principi apostolorum Petri, 5 ottobre 1920) papa Benedetto XV cita il testamento di sant’Efren che, tra l’altro, dice: “Io, Efrem, sto per morire. Avvolgetemi nella mia tunica e nel mantello che ho sempre portato. Accompagnatemi con i salmi e con le vostre preghiere, e degnatevi di fare spesso delle offerte per la mia piccolezza. Efrem non ha mai avuto né borsa, né bastone, né bisaccia, né argento od oro, né mai ha acquistato o posseduto beni sulla terra. Come miei discepoli, mettete in pratica i miei precetti e il mio insegnamento, perché non veniate meno alla fede cattolica. Siate saldi specialmente nei riguardi della fede; guardatevi dagli avversari, cioè dagli operatori di iniquità, dagli spacciatori di vuote parole”.

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