Verità scomode

Molto spesso siamo abilissimi a non guardare quanto accade sotto i nostri occhi, a mettere da parte le persone che con disarmante semplicità ci ricordano il destino. VINCENT NAGLE

21.05.2016 - Vincent Nagle
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Rembrandt, Il volto di cristo (Immagine dal web)

Quando studiavo letteratura avevo modo di notare che da Shakespeare a Gilbert e Sullivan spesso riappare un personaggio marginale ma a volte fondamentale rispetto alla trama drammatica della storia: si tratta del matto, o comunque di un personaggio fuori dalle righe, che emerge nei momenti cruciali. Normalmente non sta al centro della storia, ma le sue parole svelano la verità scomoda mai ammessa o riconosciuta dai personaggi principali. A quel punto i protagonisti devono decidere di ammettere la verità pronunciata o continuare a negarla, andando così verso la tragedia, come con le profezie di Cassandra nella tragedia di Eschilo.

Perché parlo di letteratura? In realtà non sto parlando di letteratura, ma della vita e delle verità scomode che siamo così abili a non guardare.  

Di tutti privilegi che Dio mi ha concesso nella vita, uno in particolare consiste nelle mie visite settimanali a una grossa struttura che offre casa e cura a un centinaio di persone con gravi disturbi psichiatrici.  Mentre lavorando con persone con malattie gravi uno è spesso costretto a non spostarsi dalla verità, sono però le particolari persone di cui sto parlando che te la urlano in faccia. Penso a “Marco”, che spesso non ce la fa a stare tutta la Messa senza strillare terrorizzato che deve morire, e ti mendica di salvarlo. Penso a “Giulia”, che quando mi vede geme e piangendo dice che è malata e soffre, che suo figlio sta lontano e “Ma padre, sarò mai guarita?” e alla fine anche lei crolla nelle mie braccia, gridando disperatamente “Ma non voglio uccidermi! So che lo farò!”. Poi c’è Gianni, un uomo molto intelligente, molto cosciente della sua condizione, che in un momento dà l’impressione di stare bene ma poi in un altro momento cade in una depressione spaventosa in cui, sentendo la lontananza dagli altri, la solitudine che lo imprigiona, la sua inutilità, perde ogni controllo e piange.  

Quanto sono grato a queste persone e quanto è grande per me stare con loro. Il terrore della morte, la coscienza del male di cui siamo capaci, l’inutilità di una vita misurata con l’impossibilità di entrare veramente in rapporto con un altro cuore: queste sono le vere mosse segrete dei nostri animi, quei disturbi titanici, sotterranei della vita cui siamo così abili a non pensare, non ammettere, non guardare.  

Che vantaggio viene, allora, da tale verità? Perché la verità è l’unica strada su cui sa camminare l’amore. Se abbiamo guadagnato l’affetto e stima degli altri con delle bugie (e chi non mente?), quando ci amano, questo amore non ci arriva all’animo. E infatti pensiamo: “Sì, ma se conoscessero la verità?”. La mancanza di verità è come uno scudo a prova di amore. Senza la verità, l’amore può esistere, ma non ci tocca.

Perciò più verità c’è, per quanto dolorosissima, scomodissima e avvolta nel fango, più grande è la possibilità che l’amore entri per un’apertura larga. La banalità ci soffoca perché l’amore non sa entrare di lì, e la banalità consiste nel non ammettere la verità scomoda.

Rifletto spesso sul dialogo fra Gesù e la samaritana al Pozzo di Giacobbe. Ad un certo punto lei dimostra un interesse cauto per la vita che Gesù le sta offrendo e dice “Dammi di quest’acqua viva!” e Gesù la mette alla prova. “Va bene. Ma prima va tu in città e portarmi tuo marito”. Dopo un silenzio pieno di dubbio e tensione lei dice “Non ho marito”. La risposta di Gesù è esplosiva: in questo (finalmente) hai detto la verità. Non hai marito e quello che sta nel tuo letto non è il tuo marito (ma il marito di un’altra?). Senza questa offerta fatta da lei, per quanto piccola, di verità scomoda tutto quello che voleva offrirle Gesù sarebbe rimasto all’esterno. Ma la verità apre la via all’amore.

Ecco perché sono così grato alle persone che incontro ogni venerdì. Le verità più scomode e grandi (la morte, il peccato) le buttano sempre lì. Cosa può mai rispondere a domande così grandi? Solo la salvezza di Cristo. Mi piace stare con loro non perché ho in tasca la risposta alle loro domande, ma perché non mi permettono di scappare dalla verità e obbligano anche me a gridare “Morte, solitudine, abbandono, peccato! Salvami, Signore!”.

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