Trump e l’American dream

- Giorgio Vittadini

Il mondo appare spiazzato davanti ai risultati delle primarie americane. Perché trionfano il populismo di Donald Trump e il socialismo di Bernie Sanders? GIORGIO VITTADINI

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Donald Trump (Infophoto)

C’è qualcosa di “più imperscrutabile dei misteri sull’origine dell’universo”, secondo il grande astrofisico Stephen Hawking: è la popolarità di Donald Trump. Ormai da mesi il mondo dell’informazione è impegnato, da una parte e all’altra dell’Oceano Atlantico, a cercare di capire cosa stia succedendo in America. In realtà il successo di candidati così “strani” come Bernie Sanders (unico membro del Congresso americano ad essersi definito socialista) e Donald Trump (il personaggio che, come sappiamo, ha infranto ogni regola di dialettica tradizionale) è solo la punta dell’iceberg di un cambiamento profondo che occorre studiare per capire cosa stia effettivamente succedendo oggi.

Innanzitutto la dissoluzione del sogno americano: per la maggior parte degli statunitensi, soprattutto dei più giovani, è solo “bullshit” (stronzate). Pochi credono che possa verificarsi quanto avveniva 100-150 anni fa, quando gli immigrati che arrivavano negli USA, come tutti gli emigranti di tutti i tempi, potevano migliorare le loro condizioni di vita.

Negli Stati Uniti il cosiddetto “ascensore sociale” è sempre più problematico e una vita dignitosa, uguale ai parametri europei, sembra destinato solo ai ricchi, in una giungla di diseguaglianze sociali che mai si era verificata prima.

Perché allora si parla di un’America che ha superato la crisi economica? La realtà è che le imprese hanno ricominciato a crescere sulla base di salari bassi e stagnanti. Secondo il National Employment Law Project, il 42% dei lavoratori americani prende meno di $15 all’ora che corrispondono a $31,000 all’anno in caso di impiego full-time, quando una famiglia ha bisogno in media di circa $47,000 per coprire le spese minime necessarie. Il reddito reale è al di sotto di quello del 2001, trascinando nella povertà non solo le classi tradizionalmente povere, ma anche gran parte del ceto medio che è sempre più ridotto. A questo si aggiunge che secondo un sondaggio Gallup, il 14% dei lavoratori (vale a dire 22 milioni di persone) è sotto-occupato.

Non sorprende quindi che in questo contesto secondo il Census Bureau, 47 milioni di americani vivano in povertà con $23,550 di reddito annuo per una famiglia di 4 persone e che 16 milioni di bambini — il 22% del totale — viva in famiglie sotto il livello di reddito minimo.

Veniamo poi al grande tema della sanità: la salute è garantita in modo parziale e poco ha cambiato l'”Obamacare”, soprattutto per le resistenze delle lobby finanziarie del mercato della salute.

Tutto questo aumenta la distanza delle persone dal mondo della ricchezza virtuale di Wall Street, ritornato ai livelli pre-crisi. Il mercato finanziario, che tratta e scambia enormi ricchezze, non appare e non è assolutamente al servizio delle esigenze della persone.

La situazione economica è aggravata dalla solitudine che sembra dominare la vita dell’americano medio. Uno studio pubblicato nel 2006 dall’American Sociological Review riporta il fatto che il 25% degli americani non ha nessuno con cui discutere problemi personali o festeggiare successi, percentuale doppia a quella riscontrata nel 1985. 

Escludendo i famigliari la percentuale sale al 50% e, secondo il Washington Post, è in crescita con l’allungamento dei tempi di lavoro. Maggior solitudine significa aumento di attacchi cardiaci, malattie psico-somatiche, gravi disturbi psichiatrici e persino suicidi: secondo il National Center for Health Statistics Federal Data, il tasso di suicidi è cresciuto del 24% fra il 1999 e il 2014, in particolare fra le donne. Il fenomeno della depressione è particolarmente presente a livello giovanile divenendo il tratto dominante di molti studenti di college

Il fatto permette di andare alla radice della crisi del sistema americano che prima di essere socio- economica è antropologica. Quello che è fallito è il paradigma educativo americano, il cui emblema sono  gli insegnamenti di John Dewey. Come sosteneva Patrick J. Deneen della Georgetown University, citato da Lorenzo Albacete su queste pagine, “la democrazia e la scienza sono state costruite entrambe su di una sperimentazione incessante e sul progresso, entrambe dedicate all’espansione del potere umano”. I ragazzi americani sono stati educati in modo funzionale all’idea di riuscita personale come contributo al progresso della nazione. Questa pretesa è stata sostenuta dalla ripetizione martellante dell’ideale della nazione americana, paladina della libertà nel mondo contro dittature di ogni tipo. Così, anche i tantissimi “losers” (perdenti) si erano sempre convinti che le disuguaglianze erano alla fine giuste, perché dovute alla loro incapacità personale, e comunque funzionali al bene collettivo. La fiammata del 1968 aveva cercato di mettere in crisi questa mentalità, ma era stata totalmente riassorbita, e in un certo senso dimenticata.

La fine della contrapposizione dei due blocchi mondiali nel 1989, il fallimento degli Usa come unica potenza mondiale con i gravi errori in politica internazionale, hanno contribuito a dissolvere nei giovani l’idea di dover sacrificare tutto per la missione del loro Paese.

E l’impossibilità crescente a permettere la riuscita economica e sociale, se non a una esigua minoranza, ha generato uno scetticismo diffuso tra i giovani. La mancanza di ragioni ideali ha generato poi quella progressiva incapacità ad avere rapporti affettivi duraturi. Questo ha originato la solitudine e la crisi radicale del legame familiare.

Così è venuta meno quella capacità di reagire alle difficoltà che era tipica della tradizione americana.

Qual è stata la reazione a questo terremoto? La prima è quella dell’establishment: arricchirsi sempre di più, in un orizzonte di continuo progresso, sviluppo, dominio del mondo, in cui la massa dei blue collars accetta di essere funzionale al sistema, nell’illusione di far parte di una democrazia. A questa élite appartengono i Bush, i Clinton, gli Obama che hanno dominato la scena negli ultimi anni. La seconda reazione è quella dei tanti vinti: accorgersi dell’inganno, dell’imbroglio del sistema educativo e di potere, del non avere alcuna alternativa e quindi di poter reagire cercando soluzioni anti sistema. Per questo i giovani votano il socialista Sanders, e paradossalmente molti blue collars e tanta ex classe media vota Trump.

La contesa è aperta e incerta, con risentimenti all’interno dell’uno e dell’altro partito. C’è una terza via? Risuona attuale la profezia di Lorenzo Albacete che richiamava alla necessità di educare a una responsabilità basata non sull’idea di riuscita, ma sull’esperienza del senso religioso: sul desiderio di verità, giustizia, bellezza che rende ogni uomo unico e irripetibile. Un uomo capace di stupirsi guardando ciò che nella realtà corrisponde al suo desiderio. Un uomo così non si arrende mai e non si sente vinto anche se non è il primo. Un uomo così non è mai solo, ma pensa a costruire “dal basso” (dalla famiglia, dalle imprese, dalle realtà sociali, dalle associazioni). È un tipo di uomo anch’esso profondamente radicato nella tradizione americana, anzi si può dire che è la vera profonda positiva tradizione americana, quella protagonista dell’American dream, quella che l’ha reso reale per tanti immigrati, anche italiani, quella per cui abbiamo amato l’America nella nostra giovinezza.

L’ideologia del potere, quella di Dewey, ha ucciso il vero spirito americano nella stessa America, ma adesso bisogna fare i conti con la storia. Come diceva sempre Albacete, esperienze veramente religiose come quelle che hanno caratterizzato l’America dei fondatori, e quindi amanti di quel tipo di uomo, possono risuscitarlo.



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