La fine di un amore

- Salvatore Abbruzzese

I femminicidi? Ad uccidere non è la generazione del permissivismo degli anni settanta e ottanta, quanto la presenza della sua eredità culturale in quella successiva. SALVATORE ABBRUZZESE

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Immagini di repertorio (Infophoto)

I rapporti di coppia sono sempre più al centro dei fatti di cronaca e non sono archiviabili solo come semplice reazione del maschio dinanzi ai gesti di libera autodeterminazione della donna. Per quanto una simile ipotesi sia intuitiva, l’esplosione di atti omicidi si manifesta come una sostanziale novità. Solo oggi infatti possiamo percepire le aggressioni mortali e i comportamenti violenti non come fatti isolati, ma come elementi ricorrenti. Ragazze date alle fiamme, donne accoltellate o avvelenate sono episodi troppo recenti – e troppo frequenti – per non far emergere la domanda: perché proprio oggi?

In questi casi si è soliti parlare di degrado dei costumi o di eccessiva permissività. Ma anche qui si è dinanzi ad un’interpretazione riduttiva. La libertà nella coppia non è affatto recente: l’introduzione del divorzio nella legge italiana non ha minimamente elevato le aggressioni contro le donne al livello di comportamenti ricorrenti. Per almeno tre decenni, dal 1970 al 2000, lo stesso termine di “femminicidio” era ignorato dal vocabolario comune. I casi di violenza omicida contro le donne erano limitati, mentre invece non c’è dubbio che, già da allora, i comportamenti delle donne fossero improntati ad una sufficiente ed indiscutibile autonomia affettiva. Il diritto di interrompere una relazione o di stabilizzarla attraverso il matrimonio o una nascita condivisa erano percepiti come del tutto legittimi. Nel caso di un congedo dalla relazione era presente nella letteratura, nella filmica fino ai testi delle canzoni un’intera cultura sulla “fine di un amore”; questa cultura stemperava ogni risentimento, dando vita ad un atteggiamento di accettazione e di riconoscimento della libertà dell’altro.

Cosa si è interrotto? Perché i ventenni di oggi sembrano essere più esposti dei ventenni di ieri? Perché lo scivolare nella reazione emotiva appare oggi così facile? Per quanto non manchino gli omicidi della solitudine, ascrivibili spesso alla depressione della persona anziana dinanzi all’invalidità permanente del coniuge, non c’è dubbio che gran parte dei casi di aggressione verso il partner provengono da coppie i cui componenti sono nati nei decenni nei quali la lotta verso i freni inibitori trovava le sue manifestazioni più diffuse. Ad uccidere non è la generazione del permissivismo degli anni settanta e ottanta, quanto la presenza della sua eredità culturale in quella successiva.

La distinzione è rilevante e merita di essere approfondita. L’obiettivo diffuso, la parola d’ordine attualmente percepibile in una società in netto e persistente ristagno come la nostra, sembra essere sempre meno il costruire e l’edificare. Al posto di qualsiasi volontà fondativa si afferma il semplice insediarsi nel “qui ed ora”, il saper cogliere il presente nella sua unicità e non ripetibilità.

L’io è sollecitato sempre meno verso obiettivi di vita verso i quali orientarsi e per i quali educarsi, imponendosi norme di comportamento una volta che si è impegnato a perseguirli. Al posto di questi obiettivi o della loro inconsistenza come valori il soggetto è invitato a raccogliersi su sé stesso, a cogliere le soddisfazioni che il caso o i consumi gli offrono (la stessa diffusione delle droghe leggere risponde in pieno a questa felicità fai-da-te). Fuori da qualsiasi impegno fondativo la libertà, in assenza di una cultura dell’attenzione e della considerazione dell’altro, finisce per ridursi al semplice esplicitarsi delle proprie passioni e delle proprie pulsioni. Si produce così un io minimo, separato da qualsiasi impegno di vita che dovrebbe strutturarlo e quindi orientarlo. Quest’io occulta l’altro fino a rendercelo invisibile anche quando questi è presente ed è dinanzi a noi.

Un io che pretende di bastare a sé stesso è in realtà patologico. Così come lo è ogni io che non sa riconoscere l’altro, nella sua specificità e nella sua unicità, che non sa arrendersi all’altro nella dinamica della relazione.

La violenza, come espressione del male che esiste in ciascuno di noi, non conosce zone franche, ma tutto sembra testimoniare l’esistenza di un rapporto diretto tra l’essere spiaggiati sul proprio universo individuale, il non avere che sé stessi come unico confine della propria esistenza e la totale incapacità di aprirci alle novità che l’altro ci porge o ci propone.

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