Vacanze, come?

- Pierluigi Colognesi

Un editoriale dedicato alle tanto ed attese vacanze estive. La parola “vacanza” deriva dal verbo latino “vacare” il cui significato è: essere libero da occupazioni. PIGI COLOGNESI

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Italiani in vacanza negli anni Cinquanta (LaPresse)

Dedico quest’ultimo editoriale prima della sospensione agostana alla parola “vacanza”. Deriva dal verbo latino “vacare”, il cui significato — dice il mio vecchio vocabolario del liceo — è: essere libero da occupazioni, avere tempo libero, stare in ozio. In questa accezione il verbo funziona perfettamente per descrivere le vacanze; esse sono, appunto, un tempo svincolato dal lavoro normale, in cui si può dare liberamente spazio al riposo e ad altri interessi per i quali normalmente non si ha tempo sufficiente. Si ricordi, infatti, che in latino la parola “ozio” non ha il significato negativo che noi diamo al “padre dei vizi”; il mio vocabolario lo spiega bene citando questa frase di Cicerone: “non inertia sed otium moderatum” e traducendola: “non ozio [nel nostro significato negativo, che è la inertia] ma riposo ragionevole”. Ragionevole riposo è l’otium che il periodo di vacanza ci permette; quindi non il seppellimento della ragione sotto la sabbia dell’istintività, né il suo lasciarsi andare alla corrente tumultuosa delle esagerazioni (di tutti i tipi: dalle ingiustificate spese folli, alla bulimia delle visite cosiddette artistiche, dagli eccessi alimentari e alcolici all’abulica immobilità del far niente che qualcuno chiama impropriamente “dolce”).

Ma quella che ho riportato sopra è solo la seconda definizione che il mio vocabolario dà del verbo “vacare”. La prima suona così: essere vuoto. Certo, “vuoto” anche nel senso di sgombero, non occupato, eppure quel “essere vuoto” come verbo originante la parola “vacanza” dà da pensare. Certamente non lo si intende nel senso di “vacante”, come se si trattasse di un posto di lavoro improvvisamente resosi disponibile o di una carica cui da tempo si aspirava. Ad “essere vuoto”, nel prossimo mese sarà, piuttosto, il tempo. Questo suscita una duplice disposizione: contentezza perché si ha la possibilità di realizzare qualcosa che il tempo “pieno” dei giorni normali non ha consentito e, quindi si aspetta la vuotezza del tempo per potersi esprimere in ciò che più piace (vedi sopra). D’altra parte il tempo “vuoto” fa anche un po’ paura, come se il mese di vacanza fosse l’insopportabile prolungamento di quei pomeriggi domenicali in cui non si sa proprio come far passare le ore; certo, tutto si è programmato da mesi ma non è detto le previsioni funzionino e che il vuoto non si trasformi in vacuità.

C’è anche un’ultima possibilità: che ad “essere vuoto” sia il soggetto personale, l’io. Questo la vacanza lo mette impietosamente in evidenza. Spogliati dei formali abiti dell’abitudine (le due parole sono collegate) di tutti i giorni, levata la maschera del ruolo sociale acquisito e difeso, deposto l’apparato ideologico dei modi di pensare sapientemente accumulati, messe nel cassetto le frasi fatte con cui ci si difende da una realtà che è troppo sfuggente e interrogante, si resta nudi. Una nudità che il costume da bagno o i pantaloni da gita non sono sufficienti a coprire, ai nostri occhi almeno.

Eppure sgombri da tutto quel che irrigidisce il quotidiano, buttata la zavorra dell’abitudine, possiamo anche sperimentare nel suo senso non quantitativo l’altro significato fondamentale di “vacare”, che è “essere libero”. Dunque: buone vacanze.

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