Ferragosto, tempo impegnato

- Giuseppe Frangi

Il 15 agosto praticamente tutti i musei italiani saranno aperti. È una buona notizia per più motivi. Ma ce n’è uno di cui non siamo consapevoli: essi sono un bene-per-noi. GIUSEPPE FRANGI

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Il direttore di Brera, James Bradburne (LaPresse)

Il 15 agosto praticamente tutti i musei italiani saranno aperti. È una buona notizia per più motivi. Il primo è naturalmente un motivo di soddisfazione perché un Paese che ha i più bei musei del mondo è naturale che li “offra” ai tanti turisti che lo affollano. Il secondo motivo è che poco alla volta sta entrando nella coscienza di tutti che i musei non sono un onere, ma rappresentano un onore da mostrare a tutti. Il terzo motivo di soddisfazione è che almeno ci viene risparmiata la consueta geremiade dei giornali, che in genere il giorno dopo “chiusure” in giorni strategici alzano i loro lamenti, con tanto di prediche scontatissime sulla trascuratezza con cui si governano i nostri beni culturali.

Detto questo manca ancora, per ora, un quarto motivo di soddisfazione. Il 15 agosto (che per altro cade di lunedì, giorno consueto di chiusura dei musei…) l’apertura è ovviamente pensata a vantaggio e godimento dei turisti. È operazione giusta di marketing di un Paese che vuole mostrare di essere consapevole dei tesori che ha e di saperli gestire modernamente. Ma i musei prima che per i turisti sono un “bene” per noi. Provo a spiegare il perché. A volte capita di arrivare anche negli angoli più sperduti d’Italia e scoprire che anche lì esiste un piccolo museo. Non conta sapere quanti visitatori varcano la soglia di quel museo. Conta sapere che c’è, perché anche solo passandoci davanti veniamo avvertiti su quanto sia grande e profonda la storia di ognuno di quei luoghi, seppur sperduti.

I musei sono una sorta di deposito della memoria che non è una memoria erudita e per pochi. Ma è una memoria che riguarda tutti, anche chi in quel museo non metterà mai piede. Noi infatti siamo figli di quella storia che lì dentro viene documentata e testimoniata. Una storia densa di esperienze, di invenzioni e di bellezza, al punto da farsi forma di cultura che vive che ci “forma” e quindi continua.  I musei dunque vanno amati. Bisogna tornare ad amarli, a rispettarli con gratitudine, perché per noi sono la testimonianza di essere nati in un Paese speciale. La bellezza e la storia che custodiscono è patrimonio “nostro”. Sono valore nel senso più totale della parola. È valore che riguarda anche la coscienza del vivere, nella sua dimensione quotidiana e civile. È valore che ci fa popolo.

Per questo motivo non si possono pretendere dai musei performance fuori portata (ed è una questione che l’informazione con la visione ragionieristica dominante non capisce). Un museo, ad esempio, non potrà mai essere in attivo, né in pareggio: neanche il Louvre lo è. Un museo non può essere soffocato dal continuo obbligo di aumentare i suoi visitatori: gli Uffizi sono un museo al limite del soffocamento, con una presenza di visitatori per metro quadro senza pari al mondo. Eppure si continuano a sognare per gli Uffizi performance maggiori…

Il valore del museo non è un valore traducibile in numeri. Il valore sta nella vita che sanno generare. Un grande direttore di Brera negli anni 70, Franco Russoli, purtroppo morto prematuramente, aveva scritto questo come filosofia e programma della sua gestione: “Si cerchi dunque in ogni modo di far intervenire il museo in tutte le attività culturali dell’ambiente in cui funziona: non come sede di contemplazione o studio della tradizione, ma come luogo in cui si costruisce e si vive lo sviluppo della realtà contemporanea. Non occupazione per il ‘tempo libero’, bensì per il ‘tempo impegnato'”. Un pensiero che il nuovo direttore di Brera James Bradburne ha fatto suo: e gli effetti già si vedono.

Il museo deve far “funzionare” le opere, non nel senso di spremerle come risorsa attrattiva di turismo, ma come generatrici di nuove visioni, nuova cultura. In ultima analisi come opportunità di futuro, cioè di nuova vita. E quando un museo fa funzionare le sue opere? Ecco come rispondeva Nelson Goodman, filosofo americano: “Le opere funzionano quando – stimolando lo sguardo curioso, acutizzando la percezione e suscitando l’intelligenza visiva – partecipano alla creazione e alla ricreazione dei nostri mondi”. È il miglior augurio di Ferragosto che si possa fare a un museo.

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