L’inizio di una rivoluzione

- Federico Pichetto

Gradualmente ricomincia l’anno scolastico. Tornano i professori, tornano i tanti volti che animano ogni istituto e poi tornano loro, gli studenti. L’editoriale di FEDERICO PICHETTO

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Gradualmente ricomincia l’anno scolastico. Tornano i professori, tornano i tanti volti che animano ogni istituto e poi tornano loro, gli studenti. Tornare a scuola, nell’adolescenza, è sempre qualcosa di agrodolce: da un lato c’è il dispiacere per l’estate che finisce, dall’altro c’è l’inconfessabile letizia del ritrovare nuovamente un luogo fisico dove vivere incontri, emozioni, parole che, in fondo, un po’ ci sono mancati. Durante le vacanze a volte ci è parso di conquistare il mondo, di essere finalmente liberi di godere e di divorare la vita, altre volte ci siamo invece sentiti soli, traditi, perfino inutili. Le lacrime si sono intervallate ai sorrisi, le paure alle sorprese. E adesso che tutto questo finisce affiora dentro come una domanda: “Che ne sarà di me? Che ne sarà della mia voglia di esserci e di essere voluto bene?”.

“E poi — a volte si continua nel dialogo con se stessi — esisterà qualcuno che mi vuole davvero bene?”. Può essere che durante questi mesi abbiamo cercato di far tacere questi interrogativi in mille modi: annegandoli nel fumo, nell’alcool, nel sesso, nelle “imprese eroiche” che ci sono in ogni estate, ma adesso che le giornate si accorciano e i libri riappaiono all’orizzonte è difficile tenere tutto questo dentro, tenere tutto a debita distanza. 

La vita c’è e bussa alla nostra porta. Quella porta che tante persone portate via per sempre dal terremoto non hanno più, quella porta che in molti casi si incarna nella porta della nostra stanza, in un confine sottile che ci separa dal mondo reale, dal “mondo cattivo” che spesso non ci capisce. Così, quando arriva l’autunno, s’insinua in noi l’idea di non smettere — almeno nella nostra testa — di far finta che sia ancora estate, fregandocene di quel piccolo fastidio che ci portiamo addosso e rassicurando noi stessi, gli amici e i parenti sul fatto che “anche quest’anno passerà”, che “anche quest’anno li fregheremo tutti” perché tanto — a me — “va bene lo stesso”.

Per non sentire il vuoto potremmo realmente fare qualunque cosa e l’aiuto migliore, in questa sorta di tentativo di auto-anestesia, ce lo danno proprio loro: gli adulti. I genitori, con i loro pettegolezzi sui prof., con le loro battutine sulla scuola e sui nostri compagni, con il loro “darci sempre ragione” o con il loro “darci sempre torto”, ma anche gli insegnanti stessi, con i loro programmi e le loro verifiche, i loro voti e le loro frasette a volte acide sul sistema e sulla scuola. Tutti ci danno una mano a pensare ad altro, tutti partecipano a questo gioco collettivo che un tempo trovava la sua definizione nel nome di un celebre diario: Smemoranda. “Smemorarci” di noi stessi, di quello che siamo e che desideriamo, sembra essere l’unica possibilità per continuare a vivere o — almeno — per sopravvivere.  

Ma non è così. E noi lo sappiamo. Perché quel vuoto, quella parte di noi arrabbiata o impaurita che piange e che attende un bene al riparo del nostro cuore, non ci lascia stare, non ci lascia mai in pace. Ed è così che ricomincia questo nuovo anno. E dietro gli zaini, le “corse al posto del primo giorno”, i finti entusiasmi e i dovuti convenevoli, ognuno sa quel che si porta appresso varcando la soglia della propria classe. Forse siamo convinti che sia un segreto, uno sbaglio, una “fissa” nostra. O forse non immaginiamo che quei signori molto seri che fanno molta mostra di sé già dai primi giorni, e che chiamano docenti, sono proprio come noi, sentono quello che sentiamo noi, hanno il vuoto dentro che abbiamo noi. 

Il paradosso è che se tutti avessimo il coraggio di dircelo e di darci una mano a guardare insieme gli autori, le formule o i laboratori con la chiarezza e la consapevolezza di questo tormento nel cuore, allora potremmo dar vita a qualcosa di straordinario, a una vera rivoluzione. Potremmo dar vita a quello che, dietro le nostre chiacchiere e i nostri lamenti, ancora oggi siamo soliti chiamare “scuola”.

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