Due gennaio

- Pierluigi Colognesi

Parla il banale Due Gennaio: fratello di Ultimo dell’anno e di Primo dell’anno, cade di lunedì e ha la faccia pallida della quotidianità che riprende. Editoriale di PIGI COLOGNESI

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LaPresse

Buongiorno, sono il Due Gennaio e vorrei dirvi alcune… Ecco, lo sapevo: non ho ancora finito la prima frase e già nei vostri occhi è apparso lo scetticismo e anche un po’ di derisione. Pensate che uno come me non abbia niente di interessante da dire e siete pronti a sbeffeggiarmi mettendomi a confronto coi grandi, divertenti, pomposi giorni che mi hanno preceduto e con quelli che verranno. Effettivamente il paragone, ad esempio, con mio fratello di ieri mi è del tutto sfavorevole; lui si chiama Primo dell’anno e ha con sé un grande sacco pieno di novità, di sorprese, di cambiamenti. Tutti si ricordano e stimano Primo dell’anno, anche se magari sono un po’ intontiti dai bagordi propiziati da quell’altro furbo che è Ultimo dell’anno. Sono una coppia famosa, riverita e parecchio amata. Vorrei, però, rivelarvi che Ultimo ha solo l’apparenza di un giocherellone addobbato di luci, mortaretti e botti vari, reso allegro da cenoni con lenticchie e zamponi, immancabilmente conclusi con panettone e spumante; in realtà lui è un tipo triste che non può evitare di rammentare una fine, di confermare senza equivoci che il tempo passa e non torna più. E qui arriva il suo compare Primo, che è uno che si alza sempre tardi e non ha mai voglia di far niente. C’è di buono che lui è veramente allegro, pieno sogni e attese, anche se non se ne sa spiegare il perché e, comunque, vorrei ricordarvi che la prima novità che da lui deriva sono proprio io, il banale Due Gennaio.

Quest’anno, in più, c’è la sfortunata coincidenza che cado di lunedì. Fossi di venerdì potrei trarvi in inganno e far finta di essere un prolungamento delle vacanze, ma cadere di lunedì mi costringe proprio ad avere la faccia pallida della normalità che riprende, della routine che ricomincia, della quotidianità che — ha detto un vostro famoso scrittore che di “mestiere di vivere” se ne intendeva — “taglia le gambe” (gli studenti se ne accorgeranno più tardi, col mio gemello Nove Gennaio).

Che posso farci? Non è colpa mia. È che il ritmo del tempo è proprio così: noi giorni non siamo mica tutti di festa, in maggioranza siamo feriali, normalissimi, forse un pochettino scialbi ma non per questo meschini. Anzi, c’è un vantaggio ad essere così apparentemente squallidi: non possiamo fingere. Eccoci qua, cari signori, il 2017 ha sparato i suoi botti, ha consumato i suoi belletti ieri che era domenica e oggi vi affronta a muso duro, senza cerone e rossetto, senza spari e risate, colla normalissima faccia di me, l’insignificante Due di gennaio cadente di lunedì.

Ho sbagliato a parlare: non sono affatto insignificante. Prima di tutto sono lungo tanto quanto Primo e quello svitato di Ultimo e a dirla tutta do più spazio io alla luce rispetto alle tenebre di quanto facciano quei due là. Ho anch’io i miei santi e vi assicuro che Basilio Magno e Gregorio di Nazianzo — anche se voi non sapete neanche chi siano — valgono tanto quanto, e forse di più, del decantato (e altrettanto da voi sconosciuto) san Silvestro. Ma, soprattutto, in fondo io sono orgoglioso di essere me stesso. Perché sono quello che ricomincia il lavoro ed è bellissimo, alla sera quando sto per andarmene, avere il mio zainetto pieno di cose iniziate e qualcuna finita, da consegnare — così, senza troppe sceneggiate — a mio fratello Tre Gennaio. Proprio perché amo il lavoro, mi piace anche divertirmi con Ultimo e poltrire un po’ con Primo: in fondo voglio loro un gran bene.

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