New York Encounter: da ogni crepa passa la luce

Storie di perdenti, disperati, emerginati, criminali che hanno ritrovato la speranza di vivere grazie a un incontro dove si sono sentiti voluti bene. Il New York Encounter. GIORGIO VITTADINI

20.01.2017 - Giorgio Vittadini
NY-Encounter_R439
Volontari del New York Encounter

Manhattan, 13 gennaio, si apre al Metropolitan Pavillon, nel cuore della Grande Mela, il nono New York Encounter: vi prendono parte importanti personalità del mondo americano e tante persone comuni tra cui molti giovani, a interrogarsi su una frase di Don Luigi Giussani: “La realtà non mi ha mai tradito”. 

Come può essere vera una frase del genere? Gli otto anni di presidenza di Barack Obama hanno lasciato un’America lacerata e insicura dove se sono aumentati i posti di lavoro sono ancor di più esplose problematiche devastanti: dipendenza dalle droghe, sfascio della famiglia, scontri razziali come non si vedevano dagli anni 60, aumento dei suicidi. Il nuovo presidente, che comincia il suo mandato proprio oggi 20 gennaio, Donald Trump, già al centro di accuse pesanti ancora prima di cominciare, sembra essere portatore del qualunquismo più becero, del populismo più disperato, dell’egoismo più  di pancia (speriamo essere smentiti!). 

Torniamo al New York Encounter: un uomo vestito rigorosamente di nero con tatuaggi fino al collo, si alza e va al microfono. “Nessuno riesce ad avere successo da solo. Ci deve essere qualcuno al suo fianco a mostrargli la strada, e se doni esperienza a una persona, che sia il membro di una gang o un carcerato, lui potrà farcela. E’ così che è successo a me”, dice, prima di raccontare la sua storia. 

Si chiama Richard Cabral. La madre era un’alcolizzata, il padre un membro di una gang di latinos di Los Angeles sempre assente da casa. A 13 anni finisce per la prima volta in carcere, a 15 diventa dipendente da crack e cocaina ed entra a far parte di una gang. A vent’anni viene arrestato con l’accusa di tentato omicidio, rischiando una condanna a 35 anni di carcere. Ma negli inferni dei disperati, accade qualcosa. 

Richard Cabral miracolosamente viene condannato a solo cinque anni. Durante quegli anni che lui ha definito importanti, ha rivisto tutto quello che era stato e non gli piaceva. Ha visto i suoi amici morire per le strade o finire in carcere per tutta la vita, e ha capito che non poteva andare avanti così, doveva cedere a qualcosa di più. Quando esce non ha un lavoro, ha lasciato i suoi vecchi amici della gang dove era entrato per trovare una compagnia e sentirsi amato, tutto quello che non aveva avuto in famiglia, ma poi ha scoperto che era stato solo un inganno. Qualcuno lo indirizza alla Homeboy Industries, una associazione che si occupa di ex carcerati ed ex tossici, fondata dal sacerdote gesuita Greg Boyle.  Entrando aveva chiara solo una cosa: “Non ho niente se non la verità. Non voglio più vivere nella bugia”.

Quando esce dall’ufficio di padre Boyle, Richard ha un lavoro, ma soprattutto, come ha raccontato lui stesso, “non mi sono più sentito un numero come in carcere, per padre Boyle non ero solo un nome, non ero più quel ragazzino del barrio che non si era mai sentito voluto bene.  Si è accesa una luce che mi ha aiutato  a vedere qualcosa che non vedevo. Se c’era qualcuno che credeva in me, come non potevo crederci io stesso? Se c’era qualcuno che mi voleva bene, come potevo non volermi bene?”.

Cabral è oggi un attore cinematografico e televisivo di successo, nel 2015 ha ricevuto una nomination agli Emmy Awards per la sua parte nella serie tv American Crime.

Storie come questa al New York Encounter ce ne sono state diverse. Ad esempio quella di Nick raccontata in un video. Nick aveva un padre violento contro cui a 7 anni testimonia in tribunale. Poi la malattia che lo colpisce, fibrosi cistica, che dà una aspettativa di vita intorno ai 40 anni. Per non pensarci si butta nell’alcol e nei festini. Va a convivere con una ragazza bipolare: un giorno sente un colpo di pistola provenire dalla camera da letto. E’ lei che si è sparata alla testa. In quel momento di disperazione totale si ricorda di quella volta che dopo una violenta litigata con il padre aveva sentito una voce chiarissima che gli diceva “dallo a me”. 

Guardando la sua vita completamente a pezzi, capisce che quella voce gli chiedeva di dargli il suo dolore: “Qualsiasi cosa Tu abbia in mente per me, dev’essere meglio di quello che sono riuscito a metter insieme con le mie forze e la mia determinazione”. Torna a vivere con la madre, si converte prima al luteranesimo poi al cattolicesimo (“Avevo bisogno di qualcosa di più concreto che un pezzo di pane come simbolo”), si sposa, e con la  moglie iniziano le pratiche per adottare un figlio. La frase con cui sintetizza la sua vicenda dà ragione del titolo del video stesso, tratto da Anthem, una canzone di Leonard Cohen, il canto di apertura di questa edizione del New York Encounter: “There is a crack in everything. That’s how the light gets in”.

“Guardando alla mia vita, non posso che dire che una delle ragioni per cui sono così grato e così innamorato di Te, o Cristo, è perché questa mia fibrosi cistica mi ha scaraventato nelle Tue braccia” conclude Nick.

A un’America sperduta, divisa e arrabbiata il New York Encounter dice  che nelle crepe della realtà c’è una luce, una “Disarming Beauty”, una bellezza disarmata, come recita il titolo in inglese del libro di Julián Carrón, presentato in anteprima in un dialogo con il giurista e docente americano Joseph Weiler. 

Quella bellezza che fa venir voglia di comporre e cantare, come negli spettacoli a cui si è assistito in quei giorni, basati su musica, reading e pièce teatrali originali composti per l’occasione riflettendo sul titolo. Più penetrante di ogni crepa è la luce che promana dalla realtà, per chi è così bambino da ricominciare a vederla.  

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali