La scimmia che ci portiamo dentro

- Federico Pichetto

All’ultimo Sanremo Francesco Gabbani cantava, vincendo, che “quando la vita si distrae, cadono gli uomini” e “la scimmia si rialza”. Nel silenzio dei cattolici. FEDERICO PICHETTO

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Fa molto effetto trovarsi sui social, in una prateria sterminata di commenti su qualunque tema, e non sentire nemmeno un sibilo in merito all’onda di violenza che da diversi mesi vede coinvolte giovani donne in aggressioni e stupri. È come se su una questione come questa si tenesse una sorta di epochè, di sospensione del giudizio: è chiara la stigmatizzazione, infuria il risentimento, ma non s’intravede l’ombra di alcuna domanda. All’ultimo Festival di Sanremo Francesco Gabbani cantava, vincendo, che “quando la vita si distrae, cadono gli uomini” e “la scimmia si rialza”. Atti bestiali, di una rabbia che credevamo archiviata dalla storia, sono la cifra più rappresentativa di una lunga fase di insicurezza e di paura. Viviamo nel nulla, viviamo senza sapere davvero chi siamo, e finiamo col diventare quello che sentiamo, trasformandoci nell’istinto che ci prende e che ci conquista: essendo di nessuno, non appartenendo ad alcuno, diventiamo preda di chiunque, terra di conquista per qualunque umore o nefandezza perpetrata dalla nostra mente.

In un simile contesto stupisce ancor di più vedere il cantuccio in cui si sono ritirati i dibattiti cattolici: si parla dell’uso delle Chiese, dell’abuso della dottrina, di come il mondo dovrebbe essere e non è. Quello di cui non si parla è del male che abita il nostro cuore, del tormentato bisogno dell’uomo moderno di essere salvato, della meraviglia di come Cristo — vivo e vero — ancora oggi continui a salvarci e a stupirci. Gli antichi direbbero che è in corso una “semitizzazione” di una certa parte del cattolicesimo italiano, un processo che individua nella Legge, nel Sacro e nella conservazione delle forme costituite il proprio fortino identitario da difendere dall’assalto dei nuovi pagani e dai “fratelli che sbagliano”. 

La situazione ricorda molto quella prodottasi nel I secolo attorno al gruppo dei cristiani di Gerusalemme: imprigionati nella tradizione giudaica, non riuscivano a farsi mettere in discussione dalla novità di Cristo che continuavano a rileggere secondo le loro categorie, anteponendo la propria appartenenza culturale alla libertà di un avvenimento dirompente che non aboliva neppure uno iota della Legge, ma provocava a rileggerla e a riviverla tenendo negli occhi la Sua Presenza, la Sua Morte e la Sua Resurrezione. 

Siamo muti di fronte al male, non lo capiamo e non lo indaghiamo, per il semplice motivo che i nostri occhi sono pieni delle nostre opere, ma poveri della bellezza della Sua Grazia. Gli uomini non smetteranno di essere violenti a causa di una legge o di un’ennesima riaffermazione dottrinale: non basta dire che il peccato originale è stato vinto perché questa vittoria ancora oggi risplenda. Ci vuole un’altra cosa, ci vuole un’altra libertà: l’umile coraggio di lasciarsi trascinare dalla Banda di Dio che, come nella canzone di Mina, passa sotto le nostre finestre e ci provoca. Quella banda è oggi la Chiesa guidata da Francesco, una comunità che ci rende o pieni di nostalgia o sempre più rinchiusi nella nostra rabbia. Accadeva così anche in Giudea duemila anni fa: ad ogni Parola e ad ogni Opera di quell’uomo il cuore di chi lo ascoltava diventava sempre più simile a ciò che aveva già deciso di essere. Solo il vento del Divino travolge e guarisce la scimmia che ci portiamo dentro. Solo Dio ci rende uomini. Pronti a capire, pronti a perdonare, pronti almeno a seguire.

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