Dio sceglie la vergogna

- Marco Pozza

Dio si ricorda solo delle cose riuscite bene, di quelle belle, non ricorda gli errori e i peccati. Ma non vuol dire che tutto è lecito. L’editoriale di MARCO POZZA

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LaPresse

All’ultimo — nell’ultima domenica a disposizione della liturgia — s’accende la più bella tra tutte le rivelazioni. Una sorta di rivoluzione: a Dio, dei nostri peccati, non gliene importa granché. Soffre, il Dio cristiano, di una sorta di amnesia: per indole tende a dimenticarsi facilmente le cose. Certe cose: non pensiamo che Dio dimentichi proprio tutto. Un Dio-smemorato sarebbe un Dio inaffidabile, una sorta di passatempo per nullafacenti. Dimentica le cose andate-storte: quindi è un Dio che si ricorda solamente le cose riuscite-bene. Ogni volta che ripartirà — ripartire è il suo verbo preferito, assieme a cucire, riparare — farà leva sul bene, per irridere il male e mandarlo alla deriva. Lo chiamano Giudizio-finale: a patto che giudicare sia verbo-di-convalida, non formulazione di condanna. La paura del giudizio nasce dal senso di colpa, la nostalgia della misericordia è la grazia che giunge dalla vergogna dei propri peccati: “Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire” (Sal 34,6). La vergogna è forza d’urto.

Nessuna paura, dunque: non c’è intento di giudizio nel cuore di Dio. “Allora tutto è lecito” — dirà qualcuno. Mente, sapendo di mentire, chi pensa a questo. Il Dio cristiano è amante-folle della libertà: creandola, in un certo senso, ha scelto di dipendere dalla libertà dell’uomo. Il suo sogno è rimasto quello degli inizi: che nessuno si perda di tutti quelli che ha creato. Qualcuno, però, mostra desiderio d’andare per conto suo: in quel caso Dio — il cui patimento nessuno riuscirà mai ad immaginare — accetterà di vedersi rifiutato l’amore pagato col sangue. “Cosa accadrà, allora, in quel giorno? – chiederete voi. La giustizia: che, finalmente, sapremo com’è andata per davvero la storia. La nostra storia. Visto che quaggiù tutto è confuso, intrecciato, vedo-non-vedo, il desiderio più ambito sarà quello di conoscere alla perfezione com’è andata la vita quaggiù. E, apprendendolo, vedremo Dio firmare il nostro progetto di eternità. Una sorta di approvazione di ciò che abbiamo scelto di diventare: sarà la benedizione della libertà. Il pianto sulle nostre maledizioni: “Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto” (K. Haruf). Amare è aspettarsi tutto, anche il contrario di tutto.

Pare quasi una faccenda infrasettimanale: “Ho avuto fame, ho avuto sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere”. Voi mi avete soccorso: pane-e-acqua, una porta aperta, un vestito, una visita. O il contrario: “Non mi avete accolto”. A sconvolgere, in ambedue i casi, è la ferialità dei verbi: mangiare, bere, ospitare, vestire, visitare, provare-pietà. Mescolateli tra di loro e faranno una vita-intera, il Paradiso. Una sorta di stupore primigenio: perché chi li ha compiuti s’accorgerà che, facendo bene il bene, stava costruendosi il futuro: “Era scontato fare così”, diranno. Gli altri? A mangiarsi tutti le unghie, per aver immaginato l’Eternità una cosa astrusa — da andarla a cercare chissà dove — da perdersi l’attimo decisivo, quello che scorreva sotto gli occhi. Che era a portata di mano: nella credenza, sul rubinetto, nell’armadio. E’ rimasto il più intrigante dei misteri: l’eterno si gioca nell’effimero, l’universale è chiuso nel particolare, i sogni di Dio dipendono dalle azioni dell’uomo. Non c’era nessun Dio a segnalare che si era nella prossimità di gesti definitivi: aveva lasciato l’uomo come sua segnaletica. L’uomo sfinito: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,31-46). Dio, per sorprendere, viaggia-in-borghese.

E’ annuncio finale: al-di-là saremo quello che noi abbiamo deciso di essere mentre eravamo al-di-qua. Nessuna sorpresa: perché, dunque, spaventarsi? Lo si dice anche in paese: “Si muore come si vive”. E’ forma di uguaglianza, la più ecumenica. Non sarà Dio a mandarci all’Inferno, nel Paradiso: la sentenza è del Bene. Quello fatto, quello non fatto: o saremo uomini che hanno fatto il bene, oppure uomini che non l’hanno fatto. L’omissione del bene — averlo potuto fare. non averlo fatto — è azione che Dio non potrà invertire, pena la manomissione della libertà. Omissione-di-soccorso è motivazione d’Inferno. Il peccato, invece, è spinta-sul-Paradiso. Tra vergogna e nullafacenza Dio sceglie la vergogna.

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