Uno School Act per i giovani senza lavoro

La ripresa e il Jobs Act cominciano ad erodere la disoccupazione giovanile: ma pesa ancora il mismatching fra l'educazione scolastica e le attese del mercato del lavoro. GIANNI CREDIT

“Se ci mettiamo tutto l’impegno, li portiamo a bordo tutti”, dice Stefano Colli Lanzi, presidente esecutivo di Gi Group, una delle Big Four italiane dei servizi per il lavoro, durante una conversazione di fine anno con ilsussidiario.net. Quelli da “portar dentro” sono sempre loro: gli 1,5 milioni di disoccupati Istat fra i 15 e i 34 anni e una quota dei 6 milioni di coetanei inattivi, fra i quali i Neet sono stimati in almeno 1,3 milioni. Non sono cifre difficilmente aggredibili, dopo appena un anno di ripresa lenta? “Guardi, in questo momento in Italia ci sono 150mila posti da coprire solo nel segmento delle competenze informatiche”, replica Colli Lanzi. E’ il Jobs Act che non sta funzionando? “Il Jobs Act sta funzionando, è una riforma che altri grandi Paesi ci stanno copiando: il più grave errore che il sistema-Italia può compiere è cambiarlo, impedirgli di sviluppare a medio-lungo termine la sua nuova cultura del mercato del lavoro e tutti gli strumenti predisposti. I problemi veri non sono più dentro il mercato del lavoro, l’emergenza è sulla frontiera con il sistema scolastico”. Ci vuole uno “School Act”? “Alla base di molta disoccupazione giovanile c’è ancora un forte mismatching fra l’education che i giovani ricevono a scuola e le competenze che l’economia richiede loro. L’alternanza scuola-lavoro o l’evoluzione dell’apprendistato rappresentano iniziative importanti, ma resta un problema strategico di struttura e contenuti dei programmi scolastici e di efficacia dell’orientamento. Un nuovo governo che provasse e ripartire da qui potrebbe conseguire risultati molto interessanti”.

Fin qui il big player dei servizi integrati di mercato per il lavoro (Gi Group rientra fra i primi venti gruppi della classifica globale). Ma a cavallo fra 2017 e 2018, quando sono più evidenti sia i rischi di una ripresa “job-less” sia le opportunità di un boom targato “digital” o “design”, sulla crisi-mismatiching si moltiplicano di pari passo studi e raccomandazioni. E’ di pochi giorni la pubblicazione di una ricerca svolta da University2Business con il patrocinio in Enel Foundation. In un campione di 2.161 iscritti ad atenei italiani, soltanto il 30% ha mostrato di conoscere la definizione corretta di “mobile advertising”, “cloud”, “fatturazione elettronica” o “big data” (due anni fa, peraltro, erano ancora meno: il 25%). Addirittura il 60% non ha mai sentito parlare di Internet of Things o Industria 4.0. Ancora: solo un universitario su 5 ha un’esperienza concreta nella gestione di progetti digitali, uno su 4 gestisce una pagina Facebook, l’11,4% ha operato su un canale YouTube e il 9,8% ha un proprio sito o blog. Va solo un po’ meglio sul fronte dello sviluppo software: il 16% sa già sviluppare (contro il 10% di due anni fa) e il 29% sta imparando (il 20% nel 2015). Ma su 4.200 corsi di laurea proposti da 556 facoltà italiane, quelli che offrono competenze digitali sono soltanto 2.140. Fra gli universitari inizia a manifestarsi un’attitudine al fare impresa: il 27% ha avuto almeno un’idea di business, anche se poi non sa cosa fare concretamente per avviarla. Solo il 19% degli universitari, però, crede che il digitale favorisca lo sviluppo di modelli di business innovativi e discontinui rispetto al passato.

Con queste evidenze non possono sorprendere i segnali raccolti sull’altra metà del mercato del lavoro: dove, anzitutto, il 76% delle imprese censite lamenta di non trovare le competenze digitali oggi necessarie per i jobs offerti ai neolaureati Al momento di assumere un neolaureato, per un’azienda su due le competenze digitali sono molto importanti (53,4%) o addirittura fondamentali (19% dei casi). E secondo i direttori del personale, le principali aree di innovazione su cui investire nel prossimo futuro sono Big Data Analytics, Digital Marketing, Industry 4.0 (34,7%), Social Media (25,1%) e Cloud Computing (24,7%). Ma trovare candidati adeguatamente preparati è difficile per un’impresa su due (51%), molto difficile per uno su quattro (24,7%). Anche le soft skills imprenditoriali sono d’altronde molto apprezzate: importanti per il 55,4% delle imprese e fondamentali per l’8 per cento.

C’è ancora molto lavoro da fare – dentro e attorno la scuola – per far trovare un lavoro a chi esce da scuola.

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