Cambiare (subito) l’Europa per battere i populismi

- Gianni Credit

All’inizio di un anno cruciale per la democrazia europea emerge la crisi dell’eurocrazia e l’urgenza di riformare i rapporti fra politica e tecnocrazia di Bruxelles. GIANNI CREDIT

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Jean-Claude Juncker (LaPresse)

Quando un super-eurocrate come il capo della Vigilanza Bce, la francese Danièle Nouy rilascia a un giornale italiano una lunga intervista solo per attaccare sul caso Mps i suoi colleghi della Banca d’Italia e il suo diretto superiore istituzionale – il presidente (italiano) della Bce Mario Draghi – vuol dire che il motore dell’eurocrazia è gravemente inceppato, anzi mostra chiari segni di obsolescenza. È’ una conferma di quanto ormai sia rozza e stantìa la narrazione che distingue sempre i tecnocrati “buoni” (per esempio gli 11 capi o vicecapi di gabinetto tedeschi presso la presidenza e i 27 dicasteri della commissione Ue) dai politici “cattivissimi”, anzitutto quelli dell’Europa mediterranea.

L’intervista della Nouy – che ha fra l’altro seminato nuovi dubbi sulla solidità del sistema bancario italiano nella settimana critica dell’aumento di capitale UniCredit – è stata pubblicata quarantott’ore fa: quando sui giornali francesi, italiani, europei campeggiavano i titoli sulla vittoria di Benoit Hamon alle primarie del Ps francese per le presidenziali.

Socialista radicale, già soprannominato il Bernie Sanders di Parigi, Hamon ha subito lanciato un amo a Martin Schultz: da pochi giorni candidato della Spd alle prossime elezioni generali tedesche di settembre. “Cambiamo l’Europa ridotta a contabilità”, è stato il suo primo slogan. Una proposta-appello indirizzata non casualmente all’ex presidente dell’euro-parlamento.

Strasburgo è da sempre l’istituzione simbolo di una democrazia europea in cui la politica rappresentativa di una società e di un’economia in sviluppo integrato non è mai riuscita a stabilire equilibri minimi con il nocciolo duro tecnocratico di Bruxelles: divenuto sempre più interfaccia autoreferenziale di nazionalismi economici o di oligarchie con pretese egemoni (basti osservare come la Bundesbank e l’ala dura della Cdu stiano mettendo sotto pressione Draghi perché insiste su una politica monetaria utile a tutta l’eurozona).

Ora sull’Europa “di Bruxelles” mostrano dubbi crescenti non solo i leader populisti e xenofobi, ma anche i successori di Helmut Schmidt e François Mitterrand. Questi ultimi, in realtà, hanno costruito l’Europa “di Maastricht” assieme a leader moderati come Valery Giscard D’Estaing o Helmut Kohl e, non da ultimo, assieme a tutti i premier italiani. L’esecutivo Ue era chiaramente disegnato come un “governo” pilotato dai diversi consigli europei, composti da premier e ministri.

La realtà odierna con cui si misura ogni settimana un ministro italiano (non solo Piercarlo Padoan per banche e finanza pubblica o Marco Minniti per i migranti) è invece quella dei dossier di 300 pagine in eurocratese da approvare in un’ora. Se nella stessa giornata Bruxelles lascia l’Italia alle prese con migliaia di arrivi a Pantelleria e le impone una manovra da tre miliardi “ad horas” con annessa minaccia di un “avviso di garanzia” pericoloso per lo spread, è alla fine la dittatura degenerata della tecnocrazia – e dei suoi peculiari nazionalismi – a pesare e colpire più dei rapporti di forza fra governi.

È’ così che si rialzano scientificamente muri all’interno dell’Europa sulla dimensione delle olive, mentre Donald Trump prepara dall’esterno colpi potenzialmente micidiali sul terreno del libero scambio o quello della sicurezza. Proprio,Trump ha celebrato il suo insediamento alla Casa Bianca raccontando di aver ascoltato e dato voce a un’America che non ne poteva più di un establishment che non ascoltava e non dava voce. Forse per battere Beppe Grillo in Italia o l’Afd in Germania bisogna partire da Bruxelles: è lì che serve in fretta una “riforma di struttura”.

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