Sul taglia-debito si può fare di più

- Gianni Credit

Il Def 2018, la fine del Qe nell’eurozona e la nuova Ue chiamano l’Italia a tagliare davvero il debito. E al Tesoro va consentito di osare di più sulle privatizzazioni. GIANNI CREDIT

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Pier Carlo Padoan (Lapresse)

Il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan, dicono, sta valutando un Def “leggero” verso la scadenza del 10 aprile. Ma la Ue incalza, non solo sulla manovrina correttiva da 3,4 miliardi per il 2017. Bruxelles vuole impegni stretti già sulla manovra 2018, principalmente sul taglia-debito. E lo stesso governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nei giorni scorsi non ha usato giri di parole: l’Italia continuerà a non essere affidabile per la Germania – e quindi a rischio-permanenza nell’eurozona – finché il debito pubblico viaggerà a quota 130 sul Pil (la media Ue è all’80%). Inutile ricordare che il presidente della Bce Mario Draghi la pensa allo stesso modo.

Al massimo in autunno – ma è probabile già a maggio, dopo le presidenziali francesi – il governo italiano non potrà non mettere nero su bianco tutte le cifre chieste da Bruxelles: per di più il cantiere della “nuova Europa” è praticamente aperto (sabato 25 marzo a Roma Angela Merkel insisterà sulla Ue a due velocità). Né va dimenticato che una lunga fase di tassi zero volge al tramonto anche nell’eurozona: e con un debito alto la spesa per interessi ricomincerebbe a mordere i conti italiani. Ma come affrontare impostare davvero una manovra taglia-debito?

Vittorio Grilli, ministro dell’Economia nel governo Monti, disegnò un piano privatizzazioni da 100 miliardi in cinque anni. Nella stessa stagione-austerity, economisti e politici di diversa estrazione (Paolo Savona, Renato Brunetta o l’ex premier Lamberto Dini) ipotizzavano un bazooka da 400 miliardi: oggi rappresenterebbe poco meno di un quinto di un debito salito a 2.200 miliardi (il traguardo abbordabile sarebbe un debito/Pil a cavallo del 100%). Il mix di base non variava molto fra le ipotesi di allora né è cambiato molto fino a oggi: vendere il vendibile delle residue partecipazioni statali e soprattutto valorizzare il patrimonio immobiliare statale, anche attraverso operazioni di cartolarizzazione. La creazione di maxi-fondi con asset pubblici finanziari e immobiliari, in particolare, potrebbe avere come contropartita l’emissione di “Btp speciali” a lunga scadenza: da offrire a investitori internazionali, ma anche a fondazioni bancarie o a casse previdenziali private; o da utilizzare, in prospettiva, anche per pagare i TFR dei dipendenti pubblici o i debiti della Pa verso le imprese.

Alla prova urgente dei fatti le proposte organiche continuano però a mostrare limiti di fattibilità. E’ per questo che negli ultimi giorni ha preso forma un progetto limitato alle partecipazioni, probabilmente in grado di soddisfare nell’immediato la Commissione Ue. L’ipotesi prevede la concentrazione definitiva nella Cassa Depositi e Prestiti di tutte le quote statali in Eni, Enel, Poste, Terna (ad oggi sono suddivise fra Tesoro e Cdp). Lo Stato salirebbe in Cdp oltre l’80% (azioniste di minoranza resterebbero una quarantina di Fondazioni) e poi collocherebbe una quota oggi individuata al minimo nel 15 per cento. La privatizzazione della Cdp presso grandi fondi internazionali consentirebbe un incasso da 5 a 10 miliardi: non molto, più che altro un “segno di buona volontà”. Ad esso si aggiungerebbe al massimo un paio di miliardi raschiati dalla nuova “voluntary disclosure” sui capitali detenuti all’estero.

La situazione politica non sembra del resto aiutare molto il ministro Padoan: un suo sondaggio sull’ipotesi di vendita totale delle Poste (lo Stato controlla ancora due terzi del capitale) o di coinvolgimento delle Fs nelle privatizzazioni ha registrato la freddezza di quasi tutte le forze politiche. L’anno pre-elettorale tende a restringere gli spazi di manovra e tende a rinviare lo scioglimento dei nodi strutturali al governo che emergerà dal voto di febbraio. Allora, però, il rischio di una nuova cornice d’emergenza, probabilmente più difficile ancora rispetto al 2011, potrebbe costringerebbe qualsiasi governo a misure che Mario Monti riuscì a evitare: cioè un prelievo patrimoniale vero e proprio, più pesante di quelli parziali e mascherati nelle imposte locali sulla casa o nel bollo sui depositi titoli in banca.

Al governo Gentiloni dovrebbe essere consentito osare e fare di più sul taglia-debito: nell’interesse del Paese. Si illude chi spera che un’affermazione di Emmanuel Macron in Francia e della Spd di Martin Schulz in Germania in settembre allenteranno la pressione sull’Italia. Mentre Draghi sta entrando nell’ultima fase del suo mandato a Francoforte.

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