Quando la vita presenta il conto

- Federico Pichetto

La violenza nasce dalla presunzione di poter amare, costruire e guardare al futuro eliminando il fatto che le cose non sono nostre, ma di un Altro. Editoriale di FEDERICO PICHETTO

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Abside della Basilica di S. Apollinare in Classe (VI sec.) (Foto dal web)

Ci sono tre elementi che colpiscono in questa quarta domenica di Pasqua tradizionalmente legata alla figura del Buon Pastore. Il Vangelo di Giovanni parla anzitutto dei briganti che entrano nel recinto delle pecore senza passare per la porta, per il rapporto con Cristo. Sono l’immagine di tutti i tentativi che l’uomo fa di rapportarsi con la realtà ignorando il suo significato, bypassando la presenza stessa di Cristo. La società occidentale ha provato in ogni modo a realizzare il benessere, la pace e la fraternità dimenticando il cristianesimo. Il risultato è stato quello descritto dal Vangelo: morte, distruzione e povertà.

La violenza nasce dalla presunzione di poter amare, costruire e guardare al futuro eliminando il fatto che le cose non sono nostre, ma di un Altro. Questa dimenticanza è la madre di tutte le distanze, di tutte le solitudini, di tutti i vuoti che abitano la vita. Il fatto è che nessun individuo riesce a stare dentro al vuoto per troppo tempo. Per questo, allora, colpisce anche il riferimento alle “voci degli estranei” che fa l’evangelista, il riferimento alle voci di tutte quelle cose che sembrano riempire l’esistenza — dal denaro al potere fino alla soddisfazione del capriccio — ma che invece ci imprigionano dentro al recinto, dentro al perimetro di un’esistenza che stringe, che incalza e che non smette di presentare il conto e di chiedere di essere seriamente affrontata. I rapporti con i figli si deteriorano, i matrimoni si dissolvono, le peggiori cose e i peggiori pensieri si impossessano dell’animo solo per quest’illusione che il nostro “cuore di pecora” possa saziarsi delle voci degli estranei, di quei ladri e di quei briganti che altro non sanno che renderci schiavi di quello che non abbiamo e di quello che gli altri dicono di noi. 

Proprio per questo sorprende il modo con cui la liturgia fa terminare la lettura di questo brano: chi accetta di stare dentro alla relazione con Cristo, chi accetta di entrare nel rapporto con la realtà da povero, disponibile a sacrificare le proprie idee e il proprio preconcetto, è destinato alla libertà, è destinato a “uscire fuori”. L’esistenza, le cose, gli affetti, non ci sono dati per rimanervi aggrappati, ma per lasciarli andare, per una purezza che non trattiene, che non si ingozza, ma che semplicemente ama e accompagna. 

E’ dura da accettare, ma tutto è fatto per essere riconsegnato. Anche i nostri figli ci sono dati per portarli in Paradiso. Dio sa quanto il nostro tempo, ferito dal vento delle mille guerre che tutti i giorni l’umanità si trova ad affrontare, abbia il sincero bisogno di uomini e donne che coltivino questa consapevolezza ultima di essere nel mondo non per rivendicare ciò che è giusto, ma semplicemente per accogliere, servire e restituire quello che ci è stato dato.

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