Meeting, i padroni non siamo noi

- Luca Doninelli

Il titolo del Meeting di Rimini di quest’anno si direbbe una sorta di formula certa per il passaggio alla dimensione adulta della vita. Ma non è così. LUCA DONINELLI

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LaPresse

Apparentemente piano e semplice, quasi portatore di una risposta sicura a mille domande, il titolo del Meeting di Rimini di quest’anno è in realtà difficile e problematico. 

Si direbbe una sorta di formula certa per il passaggio alla dimensione adulta della vita: fare proprio, riacquistare, ricomprare quello che abbiamo ricevuto in dono. Senza questa azione di riscatto, infatti, come potremmo non sperperare la nostra eredità? Perciò è quasi ovvio che, tra tutte le cose che possiamo acquistare, le prime debbano essere quelle che abbiamo già, il presente, il mondo come ci è stato dato, con i suoi alberi, i suoi fiumi, le sue filosofie, la sua letteratura, le sue leggi, la sua giustizia e anche la sua ingiustizia, la sua bellezza incomparabile e i suoi vuoti fatti di crudeltà, di bruttezza, insomma quella cosa o meglio quella noncosa che chiamiamo il male. Riacquistare tutto questo per sé stessi, assumersi in prima persona l’onere e l’onore di questa eredità è sicuramente la chiave affinché il mondo possa continuare a produrre persone adulte. 

Ma proprio qui s’intravedono le prime crepe, si odono i primi scricchiolii. A scricchiolare è non tanto la verità di quelle parole, quanto l’immagine che la nostra civiltà ha costruito intorno ad esse o meglio intorno al loro senso (che precede di secoli e secoli la formula di Goethe). Abbiamo costruito un mondo con molto benessere, con tante cose da consumare, ma anche con tanti valori certi: il valore della singola persona, della libertà e della democrazia, il valore del lavoro, il valore del sacrificio, il valore della famiglia, il valore della cultura, il valore della pace, il valore delle cose che durano nel tempo, e così via. 

Ora, tutto questo sembra non funzionare più. O, più probabilmente, non funziona più la forma con la quale identifichiamo queste cose. Ho visto ragazzi disagiati rifiutare Dante e Shakespeare, Giotto e Michelangelo e poi riscoprire il senso della bellezza (al punto da riinsegnarlo a me) facendo una cornice di legno o un piatto di verdure miste. O riscoprire il senso della propria dignità, smarrita in mille disgrazie, per la telefonata di un amico che aveva contravvenuto alla loro volontà di essere lasciati in pace. 

In altre parole, spesso per altra via, per altri porti si riconquista l’eredità dei padri, e questo è possibile sempre, perché la verità, la bellezza o la giustizia appartengono a tutti. Solo che il modo di tutto ciò non appartiene ai padri, anche se i padri pensano quasi sempre soprattutto a questo aspetto del problema. Forse perciò i periodi di decadenza sono così lunghi: perché si scelgono come eredi quelli che più somigliano a noi, i quali cercheranno poi di fare altrettanto, e così via, fino all’esplosione inevitabile. L’idea che i nostri figli possano capire le cose che abbiamo capito noi in un modo diverso dal nostro è molto dura da imparare. 

Da quarant’anni recito tutte le mattine il Benedictus, un brano del Vangelo di Luca noto a molti nel quale Zaccaria, fino a quell’istante muto, comincia a parlare benedicendo Jahvè al ricordo dei molteplici benefici che il suo popolo ha ricevuto, e profetando sul futuro. Un versetto mi ha sempre colpito in modo particolare, quello che dice “così Egli ha concesso misericordia ai nostri padri“. Per tanto tempo mi sono chiesto di che misericordia si tratti e perché anch’io, oggi, posso ripetere quelle parole pronunciate duemila anni fa. La prima risposta che nasce in me, senza la quale forse nessun’altra risposta sarebbe pienamente comprensibile, è che la “misericordia” fatta da Dio ai nostri padri siamo innanzitutto noi stessi. 

Zaccaria dimostra con quelle parole un’apertura mentale a noi spesso sconosciuta, anche quando ci dichiariamo apertissimi. 

Mi spiego. I miei nonni pensavano che i loro figli avrebbero potuto fare il loro stesso mestiere (impiegati alle poste, mugnai, notai…), i nostri padri pensavano che i loro figli avrebbero dovuto migliorare la posizione che loro avevano raggiunto (padre con la terza media, figlio ragioniere; padre ragioniere, figlio laureato; padre sconosciuto, figlio famoso…). Noi perlopiù non pensiamo più queste cose, ma possiamo sempre pensarne di simili (che so, padre ciellino, figlio pure), senza aver chiari i segni dei tempi. 

Zaccaria, al contrario, identifica la misericordia di Jahvè con ciò che Jahvè ha fatto accadere attraverso i lombi e le braccia dei loro padri, ossia (per noi) con l’eredità che noi lasciamo ai nostri figli, sottratta però alle nostre mani, come dire: ciò che tu hai costruito ora non è più tuo, devi guardarlo come non-tuo. I figli raccoglieranno tutto questo facendolo reagire con ciò che loro penseranno di tutto questo. E qui si giocherà la vera partita. 

Un esempio: è chiaro che le giovani generazioni hanno un’idea del lavoro diversa da quella di chi ha 50-60 anni. Leggevo giorni fa un articolo scandalizzato che parlava di giovani disoccupati che rifiutavano un colloquio di lavoro perché era il mese di agosto, perché “le vacanze non si toccano”. Tutti sappiamo che la percentuale dei giovani disoccupati che non cercano lavoro si va allargando, almeno così ci viene detto. E’ però difficile che ci domandiamo il “perché”: è più facile condannarli. E’ vero, questo “perché” a volte è molto complicato, tuttavia la responsabilità dei padri non è quella di risolvere un rebus, ma solo di accompagnare i figli su questo ponte di liane sospeso sul baratro, che sembra essere diventata la vita quotidiana. Come sarà il mondo tra cinque anni, tra vent’anni? Non si sa. Cosa penseranno i figli dei nostri figli, quando saranno grandi? Non lo sappiamo.

Quello che sappiamo è che dal nostro lavoro e dai nostri errori è nato un mondo che tra qualche anno sarà abitato da persone diverse da noi — e questo vale per tutti, anche per i ventenni. Il nostro mondo diventa sempre meno nostro, ma la responsabilità rimane, ed è quella di accompagnare — spesso in un modo che non si può prevedere — questi figli, affinché la porta per riacquistare e far proprio (quindi non nostro) ciò che hanno ricevuto rimanga aperta. Così avremo, credo, dei figli buoni, e i nostri figli avranno (nonostante tutto) figli buoni. 

Questa scoperta di non essere i padroni di ciò che abbiamo fatto spalanca l’intelligenza alla realtà della misericordia. E’ Dio che fa. Penso sempre a Maria, e mi chiedo: quando lo teneva sulle ginocchia o lo allattava poteva immaginare che il suo essere madre del Signore l’avrebbe condotta ai piedi della croce? Poteva immaginare la riprovazione e l’odio che la bontà di suo figlio avrebbe suscitato nel popolo che Dio stesso aveva scelto per accoglierlo? Solo accettando le conseguenze del suo “sì” come pura misericordia poté vivere la sua vita in quel modo così umano, così bello, così pieno che ancora oggi Lei è — anche per i musulmani, anche per chi non crede — un esempio senza uguali. 

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