Treni, teoremi, ragioni

Dopo il deragliamento del treno sulla Cremona-Milano se ne sono sentite di tutti i colori. A impazzare è stato un Teorema Implicito. E la ragione alla deriva. MAURIZIO VITALI

29.01.2018 - Maurizio Vitali
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Deragliato un treno nel cuneese - LaPresse

Sull’incidente del treno deragliato alle porte di Milano, che ha provocato tre morti e numerosi feriti, se ne sono sentite di tutti i colori. Un foglio locale ha sparato in prima questo titolo: “Ora qualcuno deve pagare”. A sua insaputa, ha sintetizzato come meglio non si poteva l’animus che, ahinoi, ci troviamo addosso e che pervade molta informazione. Tutto quel che si sapeva, in quel momento, era che da una rotaia mancava un pezzo di 23 cm. E l’unica previsione sensata era che la ricostruzione della dinamica dell’evento e delle sue cause avrebbe richiesto un lungo, accurato e difficile lavoro di tecnici a magistrati. Ma tant’è. La fregola di giudicare (escludendo l’assoluzione) prima di conoscere sembra un tratto distintivo del nostro tempo. Il trattamento mediatico, almeno quello dei primi giorni dopo l’incidente, ne ha data ampia dimostrazione in numerosi  articoli e servizi.

Non tutti, per fortuna. C’è però una specie di Teorema Implicito che baca tante zucche. A un dipresso, questo: “Vivremmo bene e senza troppi problemi se non fosse che siamo comandati da una massa di incompetenti disonesti che non si curano del popolo”. Corollario: “Se c’è un problema, c’è il colpevole. Trovato il colpevole, risolto il problema”. Che è la più grande fake news della storia. Naturalmente si tratta di un colpevole collettivo, accusando il quale non si commette neanche il reato di diffamazione: lo Stato, i politici, i paracadutati, la malagestione…

In questi casi l’ignoranza aiuta, aiuta moltissimo. E’ l’eterna salvazione del pregiudizio. Ecco qualche chicca. “La Milano-Cremona è una linea obsoleta”. Sottinteso: facile deragliare. Ma la linea dell’incidente è la Milano-Venezia; a Cremona ci si va deviando a Treviglio. “I treni pendolari sono vecchi e sovraffollati”. Certo, in alcuni casi. Il treno deragliato non era però sovraffollato: composto da 5 carrozze ciascuna con 82 posti a sedere, pari a 410 posti; trasportava 250 passeggeri. Ancora: “Si è speso per l’alta velocità, non per la sicurezza”. Invece non è vero, le cifre e le statistiche ci mettono per una volta in cime alla classifica europea delle ferrovie sicure, per  risorse impegnate e risultati  (due autorevoli ed esperti docenti, Ponti e Guzzetti, lo hanno confermato proprio sulle pagine del sussidiario).”La manutenzione è carente”: altra sparata gratuita. Era appena passato un treno tecnologico dedicato alla rilevazione delle anomalie sui binari. E poi: “Ecco i volti delle tre vittime”. Siccome la storia del giornalismo, diceva un acuto e ironico maestro del mestiere, è storia di grandi scopiazzature, vai senza indugio di copia-incolla: le tre foto subito pubblicate su una fila di testate on-line, anche paludate.  Peccato che un volto era di una vivente, omonima di una vittima, di Caravaggio: avevano pescato la foto da Facebook. Il nome era giusto. La persona un’altra. Errore umano o cedimento strutturale (della ragione)?

Sui badi: non sono semplici incidenti: sono esito del Teorema Implicito.

Il Teorema Implicito costituisce una sorta di pregiudizio generale che influisce sulla mentalità tanto dei media quanto degli utenti, e che dilaga vistosamente laddove la distinzione tra i due ruoli si annega nella palude social. Alla base del Teorema Implicito ci sono gli esiti spiccioli e infine banali di tre postulati: il postulato scientista, per cui l’opera umana può e deve essere perfetta, anzi infallibile; il postulato comunista, per cui essa si traduce in servizi cui ho diritto gratis; il postulato giustizialista per cui se la realtà non funziona come sopra è colpa dei disonesti.

Spiace scomodare Hannah Arendt per commentare queste misere cosucce. Ma la citazione è troppo appropriata: “Tutti i fatti possono essere scambiati e tutte le menzogne rese vere. La realtà è diventata un agglomerato di eventi in continuo mutamento e di slogan in cui una cosa può essere vera oggi e falsa domani. Ciò in cui ci si imbatte non è tanto l’indottrinamento, quanto l’indisponibilità o l’incapacità a distinguere tra fatti e opinioni”.

Il polverone mediatico sul treno deragliato, per fortuna o per forza, s’è quietato. Finito il tempo del clamore e del facile scandalismo, sparate tutte le cartucce delle supposizioni e dei si dice, rimangono sul pezzo pochi e bravi addetti a seguire pazientemente i fatti, l’evolversi delle indagini, i piccoli o meno piccoli passi avanti, se ci saranno. La pazienza del vero potrà eventualmente dare elementi utili per affrontare i problemi e migliorare le risposte. Non c’è altra strada.

Si capisce come ci sia da far tesoro degli avvertimenti giunti nei giorni scorsi da papa Francesco e dall’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, a riguardo della comunicazione. Il pontefice parlando delle fake news, addita il fenomeno di una comunicazione costitutivamente faziosa, che si nutre del pregiudizio e fa leva sull’emotività irrazionale. Egli afferma anche che questo produce non la notizia ma il suo contrario, essendo notizia ciò che parte dal dato di realtà, pazientemente ricercato e verificato.

Qui ci viene posto un problema serio che riguarda però non una strategia o un mestiere, ma la mentalità e l’educazione della persona, giornalista o no che sia. Non ce la si cava, insomma, con un palloso convegno sulla deontologia professionale. Il problema della mentalità e dell’educazione ci riguarda tutti. Delpini ha messo con tono dimesso la domanda delle cento pistole: “Che cosa significa fare informazione corretta? E se il cittadino ha diritto a questa, non ha anche il dovere di cercarla?”.



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