La nuova religione politica

Viviamo un periodo dominato dalle religioni politiche che non ci fa riconoscere dove poter trovare il buono nella realtà

18.12.2018 - Fernando De Haro
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Sondaggi Politici 2018 (LaPresse)

L’esperienza che ha dato origine al racconto della Genesi e il suo valore politico forse è la cosa più rivoluzionaria in questo periodo in cui proliferano le soluzioni antipolitiche, populiste e indipendentiste. Di sicuro lo è per una Spagna in cui un certo secessionismo catalano torna a credere in una rottura come quella propiziata un anno e mezzo fa. Un Paese dove la polarizzazione a sinistra e destra diluisce la certezza di un bene condiviso e sembra sottovalutare l’intuizione che è possibile costruire a partire da una positività vissuta insieme a tutti.

Nel primo capitolo del primo libro della Bibbia si ripete che tutto “era cosa buona”. Queste tre parole sono rimaste sepolte e recluse nel mondo spirituale senza che si percepisse il gran carico di giudizio storico e sociale che le accompagna. La riduzione che hanno subito mostra fino a che punto la secolarizzazione sia un fatto evidente nel mondo occidentale.

La polarizzazione, la scommessa su soluzioni politiche di denuncia (antipolitica), in cui l’importante è la rottura, hanno molto a che fare con una visione negativa del mondo propria dello gnosticismo e del manicheismo. La vita, il tempo, la società, non sono buoni, sono soggetti al contrasto violento tra il dio buono e il dio malvagio. Questo è quello che direbbero i vecchi manichei. L’avanzata dell’avversario ideologico, dello straniero, dell’altro, è percepita come una chiara prova che il mondo, come deve essere vissuto, non ha un ordine ultimo. Tutto non è buono e per questo non è possibile il riconoscimento nei decamesideri e nei bisogni con chi la pensa in modo diverso. Occorre raggiungere, attraverso la conoscenza, la dittatura del proletariato, i nuovi partiti, la nuova nazione, una nuova fase, il nuovo regno. Dal manicheismo gnostico si passa alla politica.

Come ha sottolineato Voegelin, c’è un filo che unisce lo gnosticismo manicheo del II secolo e le grandi religioni politiche del XIX e XX secolo. Il marxismo non è che una forma di gnosticismo. Forse potremmo dire lo stesso dell’antipolitica, del nazionalismo o del secessionismo. Poiché ogni cosa ha cessato di essere buona, è necessario raggiungere un punto al di là del mondo attuale (indipendenza, freno agli eccessi della sinistra o della destra, recupero della nazione perduta in un mondo globalizzato, ricentralizzazione, muro davanti all’immigrazione, ecc.). Non tutto è buono, per questo l’idea della realtà finisce per essere al di sopra della realtà.

Non tutto è buono, quindi la vita politica e sociale è governata da una dialettica in cui il bene deve uscire dal male, come la luce dalle tenebre. È necessario raggiungere una sintesi astratta in cui l’altro polo, l’opposto, viene distrutto. La rottura con Madrid, la rottura con “il regime del 78” e con il sistema costituzionale, la rottura con quelli che distruggono il Paese: in ogni caso la rottura diventa una necessità per affermare la propria identità. La negazione, il male, è considerata uno strumento per raggiungere il bene. Tutti gli gnostici e i manichei, sebbene apparentemente cattolici, tutti i marxisti, sebbene formalmente liberali, fanno affidamento su nuove forme di religione politica, sebbene rabbiosamente laici.

La perdita del paradiso con tutte le contraddizioni che implica non significa che tutto abbia cessato di essere buono. Non ci sono due imperi, quello del dio buono e quello del dio cattivo allo stesso livello. Il progresso e la sintesi non si raggiungono con la negazione di uno dei poli che si scontrano, ma con un superamento in cui gli opposti vengono affermati, riscattati in tutto ciò che hanno di vero. È il grande contributo del pensiero di Bergoglio che è stato poi incorporato nel magistero di Francesco.

Non stiamo parlando di un dibattito filosofico o teologico. Ci riferiamo a un modo e un metodo di affrontare la vita sociale. Fino a qualche anno fa era possibile pensare che la soluzione fosse la difesa di certe convinzioni. Ma ora siamo tutti nudi, laici e religiosi, sinistra e destra. Tutti disarmati di fronte ai segni di un collasso che è troppo evidente.

Se parto dall’ipotesi che tutto è buono, riconosco che le differenze ideologiche non sono l’ultima parola. Mi interessa non tanto la polemica o il trionfo di un certo progetto, quanto la possibilità di trovare ciò che mi unisce agli altri. Entro nella complessità delle sfide sociali partendo dal concreto. Se tutto è buono, il metodo è l’unità, l’affermazione, un sì ostinato a qualsiasi cosa positiva che appare in ogni angolo.

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