Il Natale di Don Camillo

Cinquanta anni dopo la sua morte la lezione di fede di Guareschi è più viva che mai

21.12.2018, agg. alle 11:14 - Giorgio Vittadini
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(InfoPhoto)

A chiusura dell’anno dedicato al ricordo di Giovannino Guareschi (cinquant’anni dalla morte e centodieci dalla nascita), don Camillo, Peppone e i tanti personaggi meno conosciuti del Mondo Piccolo possono essere dei buoni compagni anche per vivere questi giorni di Natale. Pochi sguardi sono così cristiani infatti come quello dello scrittore parmense. Perché?

Innanzitutto Guareschi parla della vita reale, di tante piccole fatiche di costruzione quotidiana, necessariamente fatta di approssimazione, dolore, contraddizione. Non ci sono scenari in bianco e nero, la lettura dei problemi non è mai semplicistica e univoca, e per questo, c’è sempre un modo per affrontarli, per fare un passo avanti e trovare una soluzione.

In Guareschi esiste il popolo a cui le sue creature sentono di far parte mediante una compagnia fisica tra persone. Tutto avviene per Guareschi in una dimensione di relazione diretta, concreta e, nello stesso tempo, ideale, tra persone. In altre parole, tutto avviene attraverso incontri. Si può dire che il vero protagonista delle sue saghe è il popolo, che nasce e rinasce continuamente attraverso incontri tra persone. E nella relazione moltissimo sfugge al controllo della parola, della comunicazione, ma si arricchisce di tutte le altre dimensioni umane, e alla fine i gesti valgono più delle parole.

Don Camillo è un “pastore con l’odore delle pecore”, come ha detto efficacemente papa Francesco. È immerso nella vita delle persone, anche le più umili. Le va a trovare, le aiuta se sono senza lavoro e dà loro speranza quando sono messe alla prova (è commovente l’episodio dell’inondazione del Po). Analogamente Peppone è un capopartito e un sindaco che si preoccupa se i suoi concittadini hanno fame o se sono sfruttati.

Entrambi sono continuamente sollecitati dal rapporto con la comunità che hanno intorno, e ciò che accade spesso li cambia e fa cambiare loro idea. Le persone non sono una massa da indottrinare, ma parte di un popolo che vive, in cui sempre accade qualcosa e interagendo col quale si diventa più se stessi.

Un alto punto riguarda il valore della diversità. Oggi sembra impossibile convivere con qualcuno diverso per etnia, credo politico, religione, convinzioni personali.

In Mondo Piccolo si vede che la caratteristica di un popolo non è l’uniformità. Le storie di Guareschi portano sempre questo messaggio di fondo: si può essere insieme, collaborare a un progetto comune, e si può essere addirittura amici anche nella più grande diversità di carattere, di classe sociale, di ideali e convinzioni profonde. Peppone e don Camillo sono l’esempio migliore di una diversità che continua a convergere in amicizia. Quando il figlio di Peppone si ammala gravemente, don Camillo prende la motocicletta e rischia la vita per portarlo in ospedale. Quando gli estremisti comunisti vogliono uccidere don Camillo, Peppone e i suoi fanno di tutto per salvarlo. Don Camillo si mette addirittura a fare il tifo perché Peppone vinca le elezioni. E durante lo sciopero si trovano insieme a mungere le vacche perché il bene di tutto il popolo e del paese è al centro delle loro preoccupazioni, più delle loro divergenze. Non è però un rapporto edulcorato: Guareschi non tace sui drammi portati dall’odio, sui tanti morti ammazzati nel dopoguerra dall’ideologia violenta. Sfidando questo odio, don Camillo e Peppone si incontrano continuamente sulla strada verso il bene di tutti, portandosi dietro la loro gente, richiamando alla necessità di una vita comune.

Il messaggio pacificante di Giovannino fu a suo tempo importantissimo, non solo a livello italiano, ma internazionale, in un mondo diviso dalla guerra fredda. Lo dimostra ad esempio il fatto che il primo don Camillo negli Usa vendette 23 milioni di copie. E quanto, questo messaggio, è decisivo soprattutto oggi?

Ma da dove nasce questo amore al popolo e questa amicizia nella diversità? Da una coscienza profonda, quella che in Guareschi è espressa dalla voce del Cristo. La sua centralità è costituisce un ulteriore insegnamento di Guareschi per noi oggi. È ciò che don Luigi Giussani chiamò il “senso religioso”, l’insieme delle dimensioni irrinunciabili che fanno tendere l’uomo verso il suo bene. Questa coscienza muove tutto il Mondo piccolo. È la forza profonda e nascosta del protagonista de “Il Canalaccio” che, rovinato da un grande possidente, alla fine dirà di lui: “Ho pietà di quella carne maledetta”. È l’amarezza profonda che prende un figlio quando, dopo la morte del padre, scopre che questi lo ha seguito e amato tutta la vita senza darlo a vedere. Il giovane chiede a Dio che questa amarezza non lo abbandoni mai perché è il segno che la sua anima non si fa appiattire dalla vita. Ma soprattutto, è la coscienza espressa dalla voce del Cristo crocefisso che richiama continuamente don Camillo a guardare quello che di più profondo è in lui: il senso di una giustizia non ideologica, di una verità non settaria, di una gratuità più grande, di un giudizio meno meschino.

Quando i giovani compagni di lager dicono a Guareschi che vorrebbero un maestro per imparare la libertà, lui commenta così: “La verità non si insegna; bisogna scoprirla, conquistarla. Pensare, farsi una coscienza. Non cercare uno che pensi per voi, che vi insegni come dovete essere liberi. Qui si vedono gli effetti: dagli effetti risalire alle cause, individuare il male. Strapparsi dalla massa, dal pensiero collettivo, come una pietra dall’acciottolato, ritrovare in se stessi l’individuo, la coscienza personale”. Anche questo, un insegnamento oggi estremamente attuale. E che ci richiama all’ultima dimensione che possiamo imparare da Guareschi: l’esperienza della fede cristiana come dialogo con Cristo che ha come scopo l’educazione del cuore. A ciò continuamente spinge il Cristo con ironia malinconica, correggendo la facinorosità settaria di don Camillo e invitandolo a valorizzare l’umano che c’è in tutti, anche nei rivali politici, a perdonare anche il sopruso.

Così, quei dialoghi tra Cristo e don Camillo, che sembravano quasi mitici e fiabeschi negli anni ‘50, diventano esperienza di un Cristianesimo fatto di confidenza con una Presenza reale che rende più bella la vita, e parte di una comunità che valorizza il singolo e non lo rende gregge.

 

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