E’ nato

E’ vagito di bambino: una stalla può tramutarsi in un battibaleno nell’anticamera del Paradiso. Lo attende un mondo orfano

25.12.2018 - Marco Pozza
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William Congdon, Natività 1965 (Foto d'archivio)

La chiamiamo, anche stamattina, sorpresa. Eppure non aspettavamo altro: “E’ nato!” E’ frastuono di guerra, vagito di bambino, bisbiglìo di madre: una stalla, un’officina, può tramutarsi in un battibaleno nell’anticamera del Paradiso. Più che nato, è (ri)nato: il Dio dell’impossibile è sempre sul punto di far guerra al Nemico, il Lucifero gradasso, tenendo fede alla promessa. “E’ tutta una bugia – spende la vita il Nemico per calunniarlo –. Non c’è favola più scordata del Natale di quell’Uomo”.

Lui, mani in pasta e maniche rimboccate, risponde senza aprire bocca. Riaprendo la strada della vita: “E’ nato!” E’ cosa risaputa che, al mondo, tutti l’aspettassero: oggi, la prima volta, sarà trama per i prossimi Natali. Capitò, però, che chi l’aspettava non l’abbia riconosciuto: la bellezza, quando torna, non torna mai con lo stesso vestito dell’altra volta. Pur nascendo ancora bambino, è Bambino dell’impossibile: la vita è il perpetuo trionfo dell’improbabile, il continuo miracolo inatteso. E’ il Natale dell’amore, amore maiuscolo: “Non c’è da stupirsi che non ci sia nulla di più magico della sorpresa di essere amati: è il dito di Dio sulla spalla dell’uomo” (C. Morgan). Siamo nati originali. Perché nessuno muoia come copia: per questo è nato e venuto al mondo Iddio in persona. Pazzesco!

Lo attende un mondo orfano: figli senza padri, padri senza figli, una storia senza più eredi in circolazione. Torna per rimettere mano alla storia, il Dio sarto di Betlemme. E’ in perfetto orario, il frutto è maturo: “Quando venne la pienezza del tempo – scrive Paolo – Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge”. Nessun sconto per esser Figlio-di-Papà. “Sotto la legge”: complemento di obbedienza all’impero. “Da donna”: complemento di origine femminile. E’ nato così: imbottigliato nella strada per Betlemme, incolonnato all’anagrafe della sua città, tutto preso nell’imparare a dire m-a-m-m-a.

Tempo di (ri)nascere ed è tutto chiarito il movente per il quale nasce: “Per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5). Più triste del vedere un figlio morire è vederlo vivere malamente: con tutta probabilità proprio così ci vedeva, dall’alto, Iddio. Non gli bastò, dunque, nascere: volle far sapere a tutto il mondo il perché dell’essere nato. D’allora non basterà più nascere, occorrerà andare a fondo sul perché siamo nati: “I due giorni più importanti nella tua vita – scrisse M. Twain – sono il giorno in cui nasci e il giorno in cui scopri il perché sei nato”. Scoprire il perché siamo nati è scoprirci in ginocchio davanti alla culla di Betlemme. E’ l’annunciazione del Bambino a quell’orfano che ero io: “Sei nato originale, non morire come copia”. Punto, a capo: è l’inizio del mio Vangelo.

A guardare il suo albero genealogico si prova vergogna: storie di adultèri e di omicidi, di incesti e prostituzioni, di ormoni impazziti e corpi sgozzati. Storie di re, di infami e di contrabbandieri: nessun uomo può vantare genealogia carnale più gretta di quella di Cristo. Nessuna storia, però, potrà più dirsi sacra senza aver mutato bestie in angeli, lordura in incensi, bestemmie in canti. Sottovoce, a bassa voce, in punta di piedi: “Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. E’ con le bestie prima d’essere con noi: prima con le bestie, con i pastori. Poi con i Magi. L’ignoranza e la sapienza, grazia e (di)sgrazia, il Cielo e la Terra. “E’ nato!”: nel traffico di Betlemme, dentro il trambusto di un censimento, tra ragli di asini, muggiti di vacche, grida di imperatori: “Non già in un silenzio d’adorazione e d’amore: dimorava nel bel mezzo d’una tribù” scrisse F. Mauriac. Nacque così, all’addiaccio, apparentemente sotto una cattiva stella, in mezzo alla circolazione congestionata di cuori in perpetuo stato d’assedio. Fu così che nacque il Dio-bambino, “adagiato in una mangiatoia” (cfr Lc 2,1-14). A guardarlo negli occhi, però, già brilla la dolce prepotenza del suo cuore: “Oggi riempio una greppia, domattina riempirò il mondo intero. Lo giuro!”. Erode è un fessachiotto.

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