Cosa sarebbe l’Europa senza Amleto, don Chisciotte e Gulliver?

A inizio dicembre è morto il grande scrittore Andrej Bitov, secondo il quale “l'uomo ha bisogno di poggiare su una roccia. Io credo che la storia del cristianesimo sia questa roccia”

In Russia alla letteratura è sempre appartenuta una particolare missione di orientamento ideale delle coscienze, una forte responsabilità morale nei confronti della società. Dostoevskij e Tolstoj non sono mai stati considerati semplicemente dei grandi scrittori, ma dei maestri di pensiero e di vita, e la stessa cosa si può dire dei “grandi” del XX secolo – poeti o prosatori che siano, da Mandel’štam e Pasternak a Solženicyn, fino a Ol’ga Sedakova, per fare il nome a noi più vicino nel tempo.

Il 3 dicembre se n’è andato, a 81 anni, uno degli esponenti di questa schiera – Andrej Bitov. Uno dei suoi ultimi interventi pubblici è stata, nel marzo 2014, la firma apposta insieme a oltre 200 noti intellettuali in calce all’appello “Contro la guerra, contro l’autoisolamento della Russia, contro la restaurazione del totalitarismo”. Rilette a quattro anni di distanza, nel clima di esasperazione scatenato dal conflitto nel mar d’Azov, che rischia di trasformarsi in uno scontro di dimensioni mondiali, le parole di questo appello suonano profetiche: “Il nostro Paese si è trovato coinvolto in un’avventura pericolosissima. Sotto lo slogan ‘Difendiamo i russi in Crimea, e tutti gli ucraini dal nuovo potere fascista illegittimo in Ucraina!’, è avvenuta di fatto l’annessione della Crimea. È stato violato brutalmente il diritto internazionale, sono stati minati alla base i princìpi della sicurezza e stabilità europea. La Russia sta precipitando verso una nuova Guerra fredda con l’Occidente, di cui è impossibile prevedere le pesantissime conseguenze…”.

In questi anni abbiamo avuto modo di vedere progressivamente le conseguenze di questa “avventura”, nella guerra che dalle regioni orientali dell’Ucraina si è estesa al mar d’Azov, ma anche nel crescendo di estraneità e di odio tra i due Paesi, che assume toni parossistici: è di qualche giorno fa il veto a varcare le proprie frontiere posto dall’Ucraina a tutti i maschi con passaporto russo tra i 16 e i 60 anni, in quanto potenziali soldati di un esercito nemico. Se si pensa ai legami di parentela e di amicizia, ai rapporti culturali ed economici esistenti fra quanti vivono nei due Paesi, alla massa di russi che vive in Ucraina e di ucraini che vive in Russia, si comprende tutta l’assurdità e l’innaturalità della situazione – di cui anche i recenti conflitti ecclesiastici creatisi nel mondo ortodosso sono un pesante risvolto.

Andrej Bitov aveva fatto la sua scelta di campo fin dagli anni sovietici: membro dell’Unione degli scrittori dal 1965, con una decina di volumi pubblicati e una fama ormai consolidata di letterato, nel 1979 figura tra gli autori dell’almanacco samizdat “Metropol’”, e questo gli vale l’ostracismo della letteratura ufficiale fino alla perestrojka. La sua opera principale, il romanzo La casa di Puškin, scritto tra il 1964 (l’aveva iniziato sotto l’influsso del processo contro il poeta Iosif Brodskij) e il 1971, vedrà la luce in Russia solo nel 1987. Negli anni Novanta Bitov si impegna in una vasta attività di scrittore, pubblicista, docente universitario, conferenziere, e anche difensore dei diritti umani; riceve numerosi premi e onorificenze, nel 1988 è tra i fondatori del Pen Club russo e nel 1991 ne assume la presidenza.

Fine prosatore, il suo tema è la profondità dell’animo umano, nelle sue contraddizioni e fragilità (proprio per questo, alcuni critici l’hanno definito “postmoderno”), ma anche nella sua libertà interiore, che resta per lui il caposaldo della vocazione intellettuale e artistica come anche della civiltà europea nella sua globalità. La libertà diviene l’anello di congiunzione tra fede e persona, come Bitov asseriva in una sorprendente intervista del 2003 (Ol’ga Mitrenina, Portal-credo.ru): “La libertà interiore, a mio avviso, si acquisisce solo attraverso la fede”. “Fede in che cosa?”, si chiede ancora, e immediatamente risponde: “Io per me non trovo una storia più autentica della storia di Cristo. L’uomo ha bisogno di poggiare su qualcosa, per avere l’ardire di creare un quadro del mondo. Deve poggiare su una roccia. Io credo che la storia del cristianesimo sia questa roccia, almeno per la letteratura e, in senso più lato, per l’arte e la cultura”. In questa visione la persona, secondo la tradizione cristiana e secondo la tradizione degli scritti del samizdat russo, è alla base di tutto: “Come diceva un mio amico, il diavolo vuol perdere tutti, mentre il Signore vuol salvare ciascuno. A me questa formula piace molto”.

Ne scaturisce un criterio per giudicare anche la grande storia, e per offrire una prospettiva di soluzione non solo a problemi di ordine personale, ma anche globale: “Tutta la civiltà europea si fonda sulla cultura cristiana, senza questo influsso sarebbe ridicolo parlarne. È come l’aria, l’acqua, è fuori discussione… La civiltà europea l’hanno costruita gli eroi della letteratura: senza Amleto, don Chisciotte, Gulliver non potremmo immaginarcela. Non è del tutto corretto considerare il Vangelo un testo letterario. Eppure non esiste un testo letterario migliore. In un certo senso Cristo è stato il primo eroe letterario per l’Europa, e in seguito per il mondo”.

Potrebbe essere questo oggi un punto di riferimento valido anche per l’area del mar d’Azov o per le scelte delle superpotenze?

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