Una nuova Iri?

- Gianni Credit

Fin da prima dell’insediamento del governo Conte, la Cdp è al centro del dibattito politico-finanziario. A maggior ragione lo diventa ora. Ma le idee non sono chiare. GIANNI CREDIT

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(LaPresse)

Fin da prima dell’insediamento del governo Conte, la Cassa Depositi e Prestiti è al centro del dibattito politico-finanziario. Il rinnovo degli organi della Cdp — in scadenza a fine mese — è considerato il banco di prova dei nuovi equilibri fra M5s e Lega. Ma soprattutto: il cosiddetto “contratto di governo” al capitolo 23 (“Sviluppo crescita e risparmio”) riserva il primo paragrafo a una “Banca per gli investimenti e lo sviluppo delle imprese italiane utilizzando le strutture e le risorse già esistenti”. Vi sono pochi dubbi sul fatto che tale banca sia la Cdp e che essa è pensata dal nuovo esecutivo come braccio strategico della politica economica, finanziaria, industriale. Soprattutto M5s da tempo guarda alla Cassa come a una “nuova Iri”: un po’ fondo sovrano, un po’ leva per gli investimenti infrastrutturali, un po’ valvola più larga per i finanziamenti Ue e un po’ pungolo al sistema bancario nella funzione di intermediazione del risparmio postale (nel “contratto” viene fra l’altro prospettato un “cambiamento di missione” per Mps, oggi pure sotto il controllo del Tesoro).

Di tutto questo si parlerà prevedibilmente molto, domani e dopo, al congresso dell’Acri di Parma. L’associazione presieduta da Giuseppe Guzzetti raggruppa le Fondazioni bancarie italiane, che controllano poco più del 15% della Cdp a fianco dello Stato. La quota è l’eredità di lungo periodo di un intervento deciso nel 2004, dopo il confronto fra Tesoro e Fondazioni sfociato in una nuova cornice costituzionale per gli Enti: autonomi nella gestione dei loro patrimoni sui territori, ma attenti allo sviluppo in chiave di sussidiarietà a Stato e amministrazioni pubbliche. Di qui uno ruolo, per le Fondazioni in Cdp, tutt’altro che di minoranza: e non solo perché ad esse spetta l’indicazione del presidente e di alcuni consiglieri e un ruolo attivo nella strategia e nella gestione della Cassa.  

Già sotto la lunga presidenza di Franco Bassanini — avvicendato negli ultimi tre anni da Claudio Costamagna — la Cdp ha lasciato gli ormeggi della tradizionale canalizzazione della raccolta postale verso le opere pubbliche. La Cassa ha germinato fondi di private equity orientati alle infrastrutture (F2I) o verso le medie imprese (FSI); oppure iniziative di peso nell’housing sociale. Il suo portafoglio azionario principale ospita quote importanti di aziende ancora sotto il controllo dello Stato (Eni, Enel, Poste etc). Nelle ultime settimane la Cdp — che ha finora sempre rispettato parametri di solidità e redditività — ha assunto una quota rilevante anche in Tim, portando con strumenti di mercato le attenzioni del sistema-Italia sul futuro della maggiore rete tlc disponibile nel Paese e utile a investimenti nella banda larga.

Ora è la volta del governo giallo-verde: intenzionato a manovrare la Cdp con più determinazione, ma — almeno a scorrere il “contratto” — ancora senza focus chiari. Vi si prospetta un rilancio nazionale dell’Alitalia, un maggior rilievo per i porti italiani verso Suez, una forte attenzione al turismo, soprattutto al Sud; iniziative-Paese nella mobilità sostenibile e la ricostruzione di strutture “salvacredito” per le Pmi. E’ possibile — forse probabile — che il “contratto” sia l’ultimo atto di una lunga campagna elettorale e non il primo di una stagione di governo. A maggior ragione — fin dalla due giorni dell’Acri — sarà opportuno rientrare nel metodo e nel merito di ciò che che l’esecutivo vuol fare della Cassa. Delle nomine stanno già parlando, fin troppo, neo-ministri e giornali di sempre. Le Fondazioni hanno il diritto-dovere di parlare di strategie e di interessi del Paese.  

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