Quei silenzi sospetti sull’America Latina

- Fernando De Haro

L’America Latina attraversa una fase particolare che il mondo occidentale sembra incapace di spiegare attraverso gli schemi “collaudati”

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Nicolas Maduro (Lapresse)

Quando nel 2015 è scoppiata la crisi dei rifugiati in Europa, sulla facciata di molti comuni spagnoli sono stati appesi striscioni che davano il benvenuto a coloro che fuggivano dalla guerra in Siria. Ne sono arrivati pochi ​​perché il Paese non era sulle loro rotte. Ora che è esplosa l’altra crisi dei rifugiati, quelli americani, non si parla di loro e la Spagna concede poco asilo. Nell’ultimo anno le richieste sono raddoppiate e nel 2019 saranno quasi 100.000. La politica con il governo di Rajoy e con quello di Sánchez, con la destra e la sinistra, è stata la stessa. La Spagna concede asilo solo a un richiedente su quattro. Si tratta di uno dei tassi più bassi in Europa.

Coloro che presentano richiesta stanno fuggendo dal Venezuela (un terzo), dove la crisi umanitaria e la persecuzione politica rendono la vita molto difficile, dalla Colombia e dai paesi del Centroamerica severamente colpiti dalla violenza. Quelli che arrivano in Spagna spesso appartengono alla classe media, hanno in molti casi un buon livello di formazione e la lingua e la cultura consentono loro la piena integrazione in un Paese con uno dei tassi di natalità più bassi del Vecchio continente.

Né accoglienza, né riflessione critica. La crisi dei rifugiati americani non genera un dibattito pubblico all’altezza del fenomeno. L’America di lingua spagnola che è stata lontana dalla Seconda guerra mondiale sta vivendo un fenomeno storico inedito. È già uno degli eventi più decisivi da quando c’è stata l’indipendenza. Probabilmente importante quanto o più della rivoluzione cubana. Tuttavia, la mancanza di “utilità ideologica” lo fa apparire una questione puramente assistenziale o umanitaria. Le Nazioni Unite stimano che in breve tempo ci saranno cinque milioni di rifugiati dal Venezuela che cercheranno di iniziare una nuova vita nei Paesi vicini. Con tutto quel che ciò significa per le politiche sociali e di integrazione. Il fenomeno venezuelano ha proporzioni enormi, ma non è l’unico. Ci sono stati quattro milioni di movimenti nell’ultimo anno e la rotta dal Centroamerica verso nord è stata molto trafficata.

Mentre avvengono questi movimenti della popolazione, le classi popolari e le classi medie scendono nelle strade di Bolivia, Ecuador, Cile, Colombia. Né c’è un dibattito serio nemmeno su questo tema. Si ricorre solamente a spiegazioni semplicistiche o cospirative. Dopo decenni di analisi polarizzate tra le interpretazioni liberali che denunciavano i “redentori populisti” e le interpretazioni del socialismo del XXI secolo che accusavano il neocapitalismo, non sembra che esserci smarrimento.

C’è chi è disposto ad accettare la versione che Maduro ha presentato alla fine di ottobre al Forum di San Paolo. Il Presidente venezuelano ha affermato, rivendicando la paternità delle rivolte, che “stiamo realizzando il piano. Il piano va come abbiamo detto. Il piano è perfetto … Voi mi capite, il piano è in pieno sviluppo, vittorioso”. Venezuela e Cuba non hanno la capacità di portare la gente in strada nel Cile di Piñera, nell’Ecuador di Moreno o nella Colombia di Duque. La teoria cospirativa fa ancora più acqua per spiegare la perdita di potere di Morales, che per quattordici anni è stato il populista (se così si può chiamare) più morbido ed efficace nella lotta contro la povertà. Il fantasma della rivoluzione contro le politiche del Fondo monetario internazionale non ritorna in America Latina, come alcuni dicono usando vecchi manuali. In Argentina Macri ha applicato le ricette del Fmi dopo aver richiesto il salvataggio e il ritorno del peronismo è stato sereno e calmo. Come afferma Carlos Malamud, “né l’imperialismo yankee e i suoi alleati locali, collegati alle oligarchie tradizionali, né il comunismo internazionale o il castro-chavismo ci permettono di spiegare, al di là dei proclami, cosa sta succedendo in America Latina”.

La regione è stata esclusa dalla crisi economica del 2008 grazie all’esportazione di materie prime. Con tutti i suoi squilibri e le sue disuguaglianze, negli ultimi tempi c’è stato un importante sviluppo. Ora la crescita svanisce. Lo “stato di insoddisfazione” probabilmente risponde a fenomeni complessi. Vedremo nel tempo il peso che hanno avuto le aspettative deluse e il desiderio di una maggior qualità democratica. In ogni caso, dopo decenni di “inflazione discorsiva”, è sorprendente il deficit interpretativo e il silenzio intorno ai grandi shock che l’America Latina sta vivendo.

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