Usa e Ue, troppe cose date per scontate

- Fernando De Haro

La crisi della Nato è stata risolta. Almeno per il momento. Ma restano fratture nel mondo occidentale e la minaccia cinese incombe

Nato, vertice di Londra
Londra, vertice Nato (LaPresse)

La crisi della Nato è stata risolta. Almeno per il momento. I disaccordi tra gli Stati Uniti e l’Europa sono stati appianati di fronte al rischio che la Cina pone. La Nato è più di un’organizzazione militare, è il simbolo di un mondo in cui la cultura occidentale era ancora in piedi per affrontare il totalitarismo e le minacce contro il mondo libero.

Trump e Macron, sebbene su fronti diversi, ognuno a modo suo, hanno denunciato negli ultimi mesi che l’Organizzazione ha seri problemi. La strategia di difesa è certamente in crisi. Ma anche l’accordo tacito tra gli Stati Uniti, i paesi dell’Europa occidentale e orientale per difendere i valori che hanno sostenuto le democrazie liberali. Di questo i leader non parlano. La Turchia non ha mai veramente aderito a questi valori. E ora la Nato sembra cercare una certa unità attorno a una nuova frontiera, non fisica, ma economica, tecnologica e implicitamente antropologica. C’è ancora qualcosa di comune nel campo degli ideali tra coloro che rimangono formalmente alleati? C’è qualcosa che può tenerli insieme? Che risposta si dà alla sfida che comporta un capitalismo di Stato come quello cinese in cui il valore dell’io non può essere dato per scontato?

Il vertice di Londra ha minacciato di portare a un fallimento. Trump è convinto che i partner europei siano avvantaggiati perché continuano a non pagare il privilegio che viene loro fornito dall’esercito più costoso del mondo. E Macron aveva detto a The Economist che l’organizzazione è in stato di morte cerebrale e che è necessario promuovere un progetto di sicurezza europeo. La ragione non gli manca, visto che non esiste una strategia comune per affrontare lo jihadismo nel Sahel o in Siria. La Nato continua a essere necessaria per contenere la minaccia della Russia nell’Europa orientale. Ma la Turchia si è alleata con Mosca per guadagnare terreno sui curdi e i tedeschi dipendono dal gas russo. Al momento gli Stati Uniti e l’Europa, in particolare la Francia, si sono riconosciuti nella minaccia rappresentata dallo sviluppo bellico cinese e dagli investimenti del gigante asiatico nell’Artico, in Africa e nei settori strategici dell’economia del Vecchio Continente, nonché nello sviluppo della tecnologia 5G.

Ma la frattura nel mondo occidentale è seria e la sua natura non è solo geostrategica. La rottura si è verificata sul consenso attorno ai valori liberali e democratici che presumibilmente dovrebbero essere mantenuti senza la necessità di discuterne i fondamenti. Siamo molto lontani dai due momenti della storia recente in cui tale consenso è stato recuperato con l’entusiasmo dei secoli passati. Uno era la fine della Seconda guerra mondiale e l’altro la caduta del Muro di Berlino.

La ricostruzione dell’Europa dopo le macerie della guerra, la lotta contro il totalitarismo presente oltre la Cortina di ferro avevano permesso (almeno apparentemente) di far superare agli europei la stanchezza che avevano di se stessi. A partire dagli anni ’50 è tornata l’ideologia occidentalista, un neo-illuminismo vissuto nell’inerzia delle evidenze cristiane secolarizzate. Non è stato necessario farsi domande sulle sue radici.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, l’euforia della vittoria sembrava confermare il successo del consenso liberale. Si riteneva meno necessario che mai approfondire i fondamenti della democrazia. Aveva vinto la formula migliore: perché metterla in discussione? Perché immergersi nei suoi fondamenti antropologici con il rischio di far nascere guerre di religione? Tutti liberali. Tutti cristiani anonimi. L’Est Europa, che dovrebbe essere naturalmente liberale, doveva solo imitare le forme istituzionali, la vibrazione morale della buona democrazia.

Ma le imitazioni che danno sempre per scontate le radici finiscono per generare risentimento. E, improvvisamente, nell’Europa orientale iniziarono a prodursi focolai molto consistenti di una democrazia illiberale. Con grandi differenze, succede qualcosa di simile negli Stati Uniti. Rifiutando un’imitazione forzata, un certo modo di concepire la democrazia liberale delle coste progressiste, gli Stati Uniti che votano per Trump vogliono mettere in chiaro che non continueranno ad accettare che si dia per scontato ciò che non condividono.

È necessario prendere atto della frattura occidentale, quella frattura con l’esperienza che ha dato origine alla democrazia liberale, per affrontare la sfida di ciò che si trova dall’altra parte del nuovo muro. La Cina ha fatto qualcosa di simile a quello che secondo Veblen il Giappone ha fatto all’inizio del XX secolo. Ha preso in prestito le “arti industriali” (ora si direbbe tecnologia) dall’Occidente, ma non la sua “prospettiva spirituale” o i suoi principi di condotta e i valori etici. L’appropriazione di mezzi tecnici non implica affatto un avvicinamento in termini di identità. La Cina di Xi Jinping, con il suo capitalismo di Stato, è lontana migliaia di anni luce dall’esperienza dell’io e dalla concezione del potere occidentali. La sfida militare, tecnologica, la lotta per mantenere gli spazi di libertà davanti a un gigante asiatico che è determinato a diventare un potere egemonico è senza dubbio decisiva. Ma è solo l’espressione di una sfida più profonda.

Per decenni, secoli, abbiamo dato per scontato un consenso sui valori della democrazia liberale. Dando per scontato quel che vogliamo dire quando usiamo la parola io. Ora, con la Cina ipercapitalista-marxista-confuciana dentro e davanti non è più possibile.

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