Liberi di educare per tornare a imparare

- Giorgio Vittadini

I dati Ocse-Pisa confermano i problemi della scuola italiana cui nessuno sembra più badare, penalizzando così il nostro capitale umano

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Nei giorni scorsi sui giornali italiani ha giustamente avuto grande rilevanza l’ennesima brutta notizia sulla scuola italiana. Secondo l’indagine Ocse-Pisa 2018, che si svolge ogni anno sui quindicenni di tutti i paesi Ocse, gli studenti italiani risultano nella media solo in matematica. Disastrosa è invece la situazione per ciò che riguarda la loro capacità di lettura: i ragazzi italiani sono in questo caso tra il 23° e il 29° posto tra i 36 paesi Ocse, secondo un trend di peggioramento continuo che li ha visti perdere 11 punti rispetto al 2000, 10 punti rispetto al 2009, e 9 rispetto al 2015.

Non solo: permangono anche in questo campo le differenze tra aree geografiche. Gli studenti del Nord Ovest e del Nord Est hanno ottenuto risultati nettamente migliori rispetto a quelli del Sud e delle Isole.

Malgrado ci siano studi internazionali che indichino nell’autonomia e nella parità tra scuole la strada migliore per elevarne la qualità, nel nostro Paese si continua a difendere il centralismo in nome di una uguaglianza di opportunità. Lo statalismo è la quinta stella della nota formazione politica che continua a ignorare quanto si è dimostrato da tempo: l’appiattimento del livello dell’istruzione svantaggia proprio i giovani delle famiglie meno abbienti.

Non solo, quasi nessuno tra maggioranza e opposizione sembra più mettere a tema il problema della qualità della scuola.

In questo modo, nessuno, anche di fronte a un Pil che è orami ridotto a un prefisso telefonico, ricorda che l’investimento nell’istruzione è il fattore più importante dello sviluppo economico (oltre che personale). Per questa ragione fa ancora più scalpore quanto è emerso nel seminario internazionale dell’Invalsi svoltosi a Roma recentemente. Lars Sondergaard, esperto della Banca Mondiale, ha fornito dati sul nesso tra capitale umano e sviluppo in 63 paesi. Tra i diversi indicatori emerge quello legato al capitale umano, alla quantità e qualità dell’istruzione delle giovani generazioni, e al suo contributo alla produttività dei futuri lavoratori. La quantità è misurata dagli anni di scuola completati dagli studenti; la qualità è misurata sulla base dei punteggi conseguiti nei diversi test internazionali: l’Ocse Pisa, il Timss, il Pirls e numerosi altri test somministrati nelle divere aree del mondo.

I risultati, che non contemplano il Nord America, sono impressionanti. Nella graduatoria, al vertice troviamo i paesi del Far East (Singapore, Giappone, Corea, Hong Kong, Cina). Tra questi ci sono alcuni paesi con un fortissimo incremento del Pil che normalmente si pensa dovuto al basso costo del processo di produzione, in particolare, al lavoro poco qualificato.

In realtà, per intraprendere la via dello sviluppo, questi paesi hanno investito e stanno investendo in qualità e quantità dell’istruzione. L’Italia si trova a mezza classifica con un punteggio ben lontano, confermando anche in questo caso una fortissima variabilità interna: tra Veneto, prima regione in classifica, e Calabria, ultima regione. La differenza di apprendimento è tale che è come se gli studenti veneti avessero frequentato in media due anni di scuola in più dei calabresi. L’investimento in capitale umano incide per il 70 per cento sulla crescita per i paesi ad alto reddito appartenenti all’Ocse, per il 60 per cento in quelli a reddito superiore alla media, per il 45 per cento in quelli ancora ad alto reddito che non appartengono dell’Ocse.

Ma non è solo sullo sviluppo che incide l’investimento in qualità e quantità di capitale umano. Chi pensa di lottare contro la povertà solo con interventi assistenziali, come il reddito di cittadinanza, quota 100, o gli 80 euro mensili, deve sapere che le più grandi ineguaglianze fra paesi e nei paesi sono dovute proprio alla quantità e alla qualità dell’istruzione: in media del 50 per cento. Il dato diventa impressionante se si pensa che il numero di bambini con una formazione insufficiente è dell’11 per cento nei paesi ricchi e del 78 per cento nei paesi poveri e che nei paesi con reddito inferiore alla media, il 50 per cento dei bambini delle ultime classi delle elementari non sanno leggere e capire un racconto breve.

Si potrebbe continuare, ma a questo punto occorre veramente chiedersi se il nostro Paese, in cui 150.000 studenti abbandonano la scuola ogni anno e 2.200.000 non lavorano e non studiano (i Neet), deve andare avanti a buttare via i soldi con un assistenzialismo che non contribuisce alla riduzione della povertà e con spese centralizzate nell’istruzione che aumentano solo la disuguaglianza nel paese.

Bisognerebbe avere il coraggio di dire che “il re è nudo” e ridiscutere lo schema centralistico della scuola. Non in funzione di un regionalismo che non risolverebbe nulla, ma attuando l’autonomia e la parità, già presenti dal 2000 nella riforma di Luigi Berlinguer ma mai attuata. Questo valorizzerebbe le energie di studenti, professori, personale non docente, genitori presenti nella scuola e oggi bloccati come i prigioni di Michelangelo. Forse perché si toccherebbero le vecchie e nuove rendite come quelle di chi oggi in modo scellerato vuole far diventare dipendente pubblico il personale delle ditte di pulizie che lavorano per la scuola con l’unico scopo di comprarsi qualche voto.

Ci vuole un’alzata di scudi del mondo sociale e politico per uscire da questa palude. Per questo, sono interessanti le due proposte di legge dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà che si stanno discutendo come emendamenti alla finanziaria. La prima consiste nel finanziare le sperimentazioni che le scuole stanno attuando per migliorare la qualità dell’apprendimento (ad esempio, quelle in cui vengono presi in considerazione i non cognitive skills dei ragazzi, cioè le qualità che più portano a un miglioramento dei risultati scolastici, incidendo sulla capacità di ragionare, di prendere iniziativa, di aprirsi alla conoscenza). La seconda è quella di ammortizzare gli investimenti in alta formazione delle imprese. Se il capitale umano è fondamentale nel migliorare la produttività, perché non incentivare, oltre che il miglioramento delle macchine, anche quello del livello di istruzione delle persone?

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