Dai governi tecnici ai “contratti”, dov’è la visione?

La vicenda Tav è emblematica di un modo di intendere la politica, nel segno del rinvio. Perché mancano visione e competenza. Ma è una deriva che continua dal 1992

14.03.2019 - Gianluigi Da Rold
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Palazzo Chigi (Lapresse)

E’ sempre stato un vizio italiano, ma in tempi di cosiddetta “Terza o Quarta Repubblica” immaginaria, il rinvio è assurto a livello di istituzione repubblicana. Il governo giallo-verde, autoproclamatosi del cambiamento, continua a specchiarsi in un accordo-contratto “tra forze diverse” e disegna uno dei periodi più incerti e preoccupanti di questo Paese.

Un altro famoso “professionista a contratto”, il cosiddetto “Dottor Sottile”, alias Giuliano Amato, aggrovigliò talmente la situazione complessiva delle privatizzazioni, ufficialmente dichiarate il 18 luglio 1992 (l’affare Efim rappresenta ancora oggi un record di insipienza inarrivabile, di cui Amato poi si scuserà) nel periodo del “manipulitismo dilagante”, che il Paese, per quella ragione e altro, non è mai più cresciuto, rinviando ovviamente la scelta economica complessiva da fare, oppure quale tipo di capitalismo seguire, tanto che uno storico dell’economia come Giuseppe Berta ha scritto appositamente un libro Che fine ha fatto il capitalismo italiano? La risposta è semplice: hanno scelto tutti insieme di rinviare.

Evidentemente, mentre si fabbricano neologismi e inglesismi a catena, sarebbe meglio eliminare sia la parola contratto sia la parola rinvio dal vocabolario italiano, quando ci si riferisce a presidenti del Consiglio e a esecutivi.

In effetti, il risultato più evidente del contratto di questo contraddittorio governo di coalizione sembra il problema della Tav, un pezzo del famoso tronco ferroviario che dovrebbe unire l’Ovest all’Est europeo e che passa in territorio italiano, attraverso la Val di Susa, legando Lione e Torino. Intorno a questa vicenda ormai ventennale, ci sono ben cinque trattati internazionali, con l’interessamento diretto della Francia e dell’Unione Europea.

Ci sono state manifestazioni che hanno ormai segnato una generazione, contestazioni, studi e analisi dettagliate (“costi e benefici” illustrati incomprensibilmente da tal ingegner Marco Ponti, un’autorità in materia si dice). Il fatto è che l’opinione pubblica non capisce nulla, i pentastellati sono contro la Tav, mentre la Lega vuole realizzarla, ci sono manifestazioni a favore che stanno pareggiando quelle che erano state fatte contro per anni. Il governo a contratto, con i due vicepresidenti Luigi Di Maio e Matteo Salvini, prima litiga furiosamente al suo interno, arrivando pure a minacciare una crisi che non avrebbe alternative se non le elezioni anticipate. Quindi, dopo un week-end di riposo e ripensamenti, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, estrae un “coniglio dal cappello” e riporta la pace tra i suoi due vice, trovando l’accordo nell’eterno e magico rinvio, questa volta di sei mesi, sulla Tav.

A ben guardare la Tav è solo un aspetto del metodico rinvio programmato di questo governo e dei precedenti dopo il 1992. Gli unici esecutivi decisionisti di questi anni erano legati alla scelta dell’austerity prima, seguita da una politica deflazionistica, a partire dal governo di Mario Monti. I dati economici scarsamente positivi di questi ultimi anni rappresentavano solo uno specchietto per le allodole rispetto alle aspettative di crescita del Paese. A trionfare rispetto alle grandi scelte oppure a mettere in atto coraggiose visioni era sempre, eternamente, il rinvio.

Basta un piccolo esempio per dimostrare quanto diciamo. Il settimo governo Andreotti si dimise nel giugno 1992. Quell’anno il Pil toccò quota 804 miliardi e 682 milioni (dati Bankitalia) calcolati in euro. Il debito era sul 100% ed era cresciuto rispetto all’ultimo governo Craxi di 15 punti. Eravamo ancora nella “Prima Repubblica” della deprecata economia mista.

L’ultimo governo di Giuliano Amato è caduto nel giugno del 2001 e il debito, in rapporto al Pil, subiva da anni il maggior squilibrio, attestandosi intorno al 105-110%, nonostante che tra il 1992 e il 1999 i tagli alla spesa pubblica siano stati imponenti, il fisco fosse diventato il più esoso d’Europa e le cosiddette privatizzazioni avessero fruttato in quel periodo 170mila miliardi di vecchie lire.

In quel periodo si è entrati formalmente nel liberismo, anche se la concorrenza è ridotta ai minimi termini. Sostanzialmente non si sceglie una linea economica precisa, adatta al capitalismo particolare dell’Italia, ricco di piccole e medie imprese innovative, capaci di affrontare il mercato internazionale. L’Italia è decollata economicamente nell’ultimo dopoguerra diventando per un certo periodo la quinta potenza industriale e facendo stabilmente parte del G7.

Non scegliere, quindi, di difendere il proprio Dna economico-industriale, come si sta facendo oggi e come i governi tecnici e di sinistra-Pd fanno da tempo dopo aver pure svenduto il grande apparato dell’industria pubblica, ha alla fine portato a un debito che supera il 130%, a un capitalismo senza capo né coda, a una nuova recessione tecnica (come si vede in questi giorni) con una prospettiva di crescita azzerata. I programmi di questo governo giallo-verde sono di una frammentarietà, di una pochezza di visione, di una carenza di prospettiva che risultano quasi impressionanti nella loro povertà complessiva.

Tuttavia, a ben guardare, questo governo contraddittorio e contrattuale è solo il prodotto finale di tutte le non scelte precedenti, delle grandi incertezze che hanno accomunato centrodestra e Pd e della “cinica contabilità” sociale nell’intermezzo del governo dei tecnici.

Alla fine il rinvio sulla Tav è solo un altro marchingegno per guadagnare tempo e raggiungere la “grande partita” delle elezioni europee. Poi, forse, si potrà vedere o immaginare un altro scenario. Ma intanto l’istituzionalizzazione del rinvio e la mancanza di visione sono un combinato istituzionale che può veramente portare il Paese verso un disastro.

Al momento appaiono solo come il pretesto per mascherare incapacità, incompetenza e una reale mancanza di fiducia nella grande forza, continuamente compressa, di questo Paese. A ben vedere questo prendere tempo è solo la dimostrazione di una completa mancanza di idee.

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