I frutti avvelenati del 25 aprile

- Gianluigi Da Rold

Le ragioni della confusione e dello smarrimento che oggi regnano sovrani in Italia si trovano nella sua storia. Una storia mal spiegata, mal raccontata e volutamente deformata

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L'Anpi in piazza (LaPresse)

Si trovano nella sua storia, anche in quella abbastanza recente, le ragioni della confusione e dello smarrimento che oggi regnano sovrani in Italia. Oggi 25 aprile, ad esempio, è una ricorrenza che è stata spesso onorata con estrema dignità e anche con giusto e grande orgoglio dalla classe dirigente che fece la Resistenza e pose le basi politiche per creare la Repubblica. Fu una minoranza coraggiosa che restituì l’onore all’Italia, in un Paese frastornato, nella stragrande maggioranza in attesa passiva per quello che poteva accadere.

Forse per metabolizzare, per trovare una via d’uscita dal fascismo, dalla guerra perduta, dall’ignominia delle leggi razziali, dalla stessa guerra civile che divise l’Italia per due anni, spesso vennero dimenticati, con una imprecisione mirata e inquietante, fatti, episodi e personaggi. Si operò spesso il cosiddetto “diritto all’oblio”, in modo tanto sconcertante e tanto fuorviante negli anni successivi, che contribuì solamente a confondere il passato, condizionando il presente e dimenticando di cercare di capire il futuro del Paese. Il risultato di questa scelta è l’attuale situazione culturale e politica del Paese.

Facciamo qualche esempio? Chiedete in una scuola o persino in una università: chi ha letto il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio del 1947, dove l’Italia sconfitta esce come un Paese aggressore, da punire con perdite territoriali e con altre conseguenze militari ? Oggi ci sono figli e nipoti di istriani che ricordano un passato mortificante nel loro dopoguerra.

Chissà se qualcuno ha spiegato, in una classe o in un’aula universitaria, il significato del memorabile discorso di Alcide De Gasperi al Palais de Luxemburg, alle ore 16 del 10 agosto 1946, di fronte agli esponenti di 21 Paesi vincitori della Seconda guerra mondiale ? E’ il discorso di un uomo che parla nel “gelo” di una sala ostile , l’esponente di un Paese sconfitto che partecipa alle trattative di pace.

James Byrnes, segretario di Stato americano, quando De Gasperi concluse il suo intervento in un silenzio astioso, si alzò e andò a stringergli la mano. Dirà Byrnes: “Volevo fare coraggio a quest’uomo che aveva sofferto nelle mani di Mussolini e ora stava soffrendo nelle mani degli Alleati”.

In un’intervista a Pasquale Chessa, che divenne un libretto importante, lo storico Renzo De Felice, a un certo punto, si domanda e fa una domanda: “Pizzoni, chi era costui?”. E in effetti, ritornando a un’ipotetica aula scolastica, nell’ora di storia, o a un’aula universitaria, magari di studi storici superiori, chi ha mai discusso o studiato Alfredo Pizzoni? E chi lo ha mai ricordato durante le celebrazioni ufficiali del 25 aprile?

Chi era, infine, questo Pizzoni? Era niente meno che il capo della Resistenza, del CLNAI, vale a dire il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, che combatteva contro il fascismo. Era un antifascista che non apparteneva ad alcun partito e quindi fu sostituito il 27 aprile del 1945, a Liberazione conclusa.

Eppure i meriti di Alfredo Pizzoni furono veramente storici. Fu proprio Pizzoni a cancellare le diffidenze degli Alleati che risalivano la penisola nell’autunno 1944, in un momento delicato della guerra e anche per la stessa Resistenza italiana.

A novembre il ministro plenipotenziario britannico Harold MacMillan riunì Alfredo Pizzoni, Ferruccio Parri, Giancarlo Pajetta ed Edgardo Sogno. Alla Resistenza arrivarono soldi per le formazioni partigiane in difficoltà e nello stesso tempo furono diramati ordini per fiancheggiare l’avanzata degli Alleati nel miglior modo possibile. C’erano stati contrasti sulla strategia di guerra tra Alleati e partigiani, al punto che, conclusi gli accordi, MacMillan disse piuttosto duramente: “Chi paga i musicisti, decide la musica”.

Tutto questo è passato, spesso attraverso una retorica insopportabile, in cavalleria. E basterebbero questi pochi esempi per comprendere che tutte le celebrazioni successive dovrebbero essere sempre dettate con onestà storica e non sconfinare mai in epici racconti senza senso, del tipo “Resistenza tradita” o di quelli che cercano o che hanno cercato di esercitare un monopolio assurdo e inesistente sulla Resistenza. Basterebbe leggere uno splendido libro di Ugo Finetti “La Resistenza cancellata”, che forse metterebbe volentieri all’indice.

Molti ragionano sul passato per spiegare il presente. Nel suo ultimo libro “Perché è successo qui”, Maurizio Molinari ritiene che in Italia si debba ancora cercare una fuoriuscita ragionata dal fascismo e dal comunismo. Sarebbe probabilmente una strada per cercare di consolidare un sistema democratico che non ha una lunga storia e che vive, sopratutto in questo momento, dei contraccolpi negativi della globalizzazione, forzata e non gestita, sulla democrazia rappresentativa.

Alla luce dei pochi esempi citati, non ci si può stupire se ogni tanto il 25 aprile venga disconosciuto oppure diventi il teatro di manifestazioni settarie. Anche quest’anno ci sarà la contestazione di prammatica alla “Brigata Ebraica”?

Ma non ci si può stupire nemmeno se, per una storia mal spiegata, mal raccontata, volutamente deformata, alla fine si arrivi dopo 74 anni a un’ipotetica “Terza Repubblica” , una sorta di “frutto avvelenato” con un governo e ministri a contratto, che continuano a litigare di notte per mettersi poi d’accordo il giorno dopo.

In fondo, anche se ci siamo occupati solo di un aspetto culturale, chi meglio di un Salvini o di un Di Maio rappresentano lo stadio confusionale dell’Italia? Chi meglio di loro, dopo anni di concitazione, di grettezza culturale, di carenza di visioni politiche può meglio rappresentare quel poco che si era cercato di costruire anni fa, ponendosi almeno la domanda: “Pizzoni? Chi era costui?”

Siamo andati oltre. Siamo arrivati al momento che non serve neppure più darsi una spiegazione. Nessuno che pensi mai che senza conoscere il passato, non si capisce il presente e tanto meno si può azzardare una visione sul futuro. Alla fine la storia della “dimenticanza” di Pizzoni non è altro che la storia dell’ipocrisia italiana e dei suoi frutti avvelenati.

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