Antonio, il branco e la fatica di essere uomini

- Federico Pichetto

A Manduria una baby gang picchia e sevizia un pensionato di 66 anni. Che cosa spinge a questa crudeltà? Per capirlo bisogna fare i conti con il peccato originale

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Carabinieri (LaPresse)

Spesso, quando arrivano sul mio tavolo storie come quelle della morte di Antonio Cosimo Stano, l’uomo di Manduria sessantaseienne – con problemi psichici – preso di mira da una gang di quattordici ragazzini di cui solo due maggiorenni, seviziato, picchiato e minacciato fino alla segregazione in casa su una sedia per interi giorni, quello che mi si chiede – da parte di diversi lettori – è di dire sostanzialmente due cose: guardate che razza di genitori hanno questi ragazzi, cioè guardate che cosa provoca l’assenza di un adulto e di un’educazione; e guardate che cosa succede in un mondo senza Dio, quale violenza si affaccia nelle nostre case ogniqualvolta lo si elimini dall’orizzonte sociale, politico e civile degli uomini.

Il punto è che spesso queste cose non le scrivo. Non perché non le condivida: un ragazzo forgia la sua identità dentro precisi rapporti e i genitori sono un fattore costitutivo della sua identità; del resto è impossibile negare che senza l’esperienza di un grande amore – come quello rivelato da Dio in Cristo – il male finisca col non avere più argini e l’uomo diventi capace delle più sanguinarie e scientifiche efferatezze.

Da diversi anni tutto questo, però, è diventato per me come una derivata di qualcosa di più decisivo: uno può avere avuto i genitori migliori, le occasioni migliori, e può essere stato educato nella fede più vera e sincera, ma se non accade in lui qualcosa di profondo, se in qualche modo dentro di sé non abbraccia questa possibilità, lasciandosi plasmare e cambiare da essa, tutto quello che noi possiamo dire sul contesto e su Dio è vano. Ecco: quello che a me interessa è capire perché l’io non abbracci il bene, che cosa ultimamente generi la crudeltà degli individui, da dove sorga, nel cuore di un essere umano come me , la possibilità di essere cattivo.

Qualcuno dei miei lettori suggerirà di parlare del demonio. Ora, ammesso che gli uomini del nostro tempo siano ancora disponibili a riconoscere in maniera evidente un nesso di causalità tra l’invisibile e il visibile – tra Dio e il Bene o tra Satana e il male – la questione è che cosa muova l’invisibile, su che cosa questo demone faccia leva nell’uomo, per portarlo così in avanti sul precipizio del dolore e della disumanità. È come se ci fosse un punto in ognuno di noi, un punto continuamente da scoprire e da guardare negli occhi, per cui tutti possiamo concorrere a diventare carnefici. Questo punto, che nella teologia porta il nome di “peccato originale”, nell’esistenza dell’individuo si traduce in una serie di realtà che meritano di essere scandagliate e comprese.

Se è vero, infatti, che il peccato originale è una fragilità strutturale dell’individuo, la sua incapacità di permanere dentro un rapporto di bene con le cose, con se stesso, con gli altri e con Dio, è altrettanto vero che questa incapacità è alimentata da fattori e circostanze che variano da storia a storia, da contesto a contesto.

Nella vicenda dell’uomo di Manduria, Antonio Cosimo Stano è diventato per quei ragazzi un simbolo, un’incarnazione, l’ipostasi di un adulto colpevole, di un adulto che – ai loro occhi – si potesse finalmente accusare e aggredire per la sua incapacità di trasmettere il bene, di dare loro il bene. In Antonio quei ragazzini picchiavano i loro genitori, i loro professori, i loro educatori: ad Antonio gridavano in faccia tutta l’ingiustizia di una vita che non aveva saputo rendere fratelli nella promessa di un bene, ma che adesso li rendeva branco nella realizzazione di un male. È il bisogno di un genitore, di un Padre da cui essere generati, che ha portato loro sul ciglio del nazismo nei giorni in cui si celebra la liberazione dal totalitarismo, quasi come se tutte le nostre feste e le nostre ricorrenze fossero capaci di non far sorgere nuovi mostri, nuovi aguzzini, nuove bestie. L’assenza di qualcuno che stesse davanti a quella radicale domanda di amore ha reso quelle giovani vite ostaggio della perversione del dolore.

Ed è per questo che da Manduria parte per tutti noi un monito: mentre ci affanniamo a cercare colpevoli, a processare genitori e docenti, a stigmatizzare l’assenza del divino nel mondo, qualcosa di molto più oscuro rischia di divorarci da dentro, lasciandoci pieni di ragioni e di logiche verità, ma poveri di bene, poveri di libertà. Quello che da Manduria minaccia tutti quanti è il populismo del cuore, quel sentimento collettivo per cui si pensa che basti avere due genitori e tante belle certezze per evitare di essere cattivi, per evitare tutta la fatica che la vita richiede a chiunque realmente desideri essere vivo, essere umano.

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