Il dibattito escluso dalle elezioni

- Fernando De Haro

Si avvicinano le elezioni amministrative anche in Spagna. E il dibattito sulle questioni concrete è stato lasciato da parte

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LaPresse

Gli spagnoli arrivano alle elezioni del 26 maggio esausti per una campagna elettorale iniziata nel 2015 e che non finisce mai. In realtà, le elezioni amministrative, a causa del trasferimento delle competenze, sono, in un certo modo, le più importanti. Decidono le politiche che influenzano maggiormente la vita quotidiana. Ma le agende dei partiti sono dominate dal riposizionamento dopo la comparsa della quinta formazione significativa nel panorama nazionale (Vox). Tutto è teso alla ricerca di una posizione tattica, forse strategica, che fornisca una certa immagine.

Il dibattito sulle questioni concrete è stato lasciato da parte. Ed è per questo che non c’è stata una seria discussione sui vantaggi e gli svantaggi della fornitura di servizi pubblici regionali o locali da parte dell’amministrazione stessa o attraverso società private e/o enti del Terzo settore. Se, per caso, appare il tema, questo viene rapidamente messo da parte. In un certo senso è logico, considerando la storia recente e la mancanza di parametri validi per valutare chi fornisce servizi migliori.

Quattro anni fa i cosiddetti “Comuni del cambiamento”, quelli governati da Podemos e dalle sue derivazioni (con un forte orientamento a sinistra), avevano annunciato che avrebbero fatto una nuova politica basata sulla “rinazionalizzazione” dei servizi e un aumento della spesa. I dati disponibili mostrano che questi comuni hanno speso quanto quelli della sinistra e della destra tradizionale. Questo è ciò che dice l’Osservatorio dei servizi urbani. Le spese in borse di studio e aiuti alla ristorazione e alla conciliazione sono molto simili. Per la gestione dei rifiuti, la pulizia delle strade, l’approvvigionamento idrico e altri servizi, i governi “tradizionali” spendono in media 153 euro per abitante all’anno rispetto ai 151,63 dei governi municipali di sinistra-sinistra.

Ci sono ragioni per cui alcune forme di esternalizzazione dei servizi generano sospetti. La Commissione nazionale del mercato e della concorrenza ha segnalato nel 2015 che, in alcuni casi, gli appalti pubblici per la fornitura di servizi hanno subito un aumento del 25%. A differenza di quanto accade in Germania, Austria o in Italia, la debolezza del settore non profit fa sì che alcuni servizi sociali siano stati assegnati principalmente a imprese e non a cooperative o enti senza scopo di lucro. Il caso dell’Andalusia è paradigmatico. Negli anni ’90, i servizi pubblici forniti tramite cooperative sociali, secondo alcune fonti, erano il 60% e ora sono solamente il 2%. Le aziende tendono ad avere maggior capacità di fare offerte economiche migliori. E non si può dimenticare che, in alcuni casi, l’esternalizzazione si traduce in un peggioramento delle condizioni di lavoro e non necessariamente in un miglioramento della qualità.

Non serve opporre all’ideologia statalista un’ideologia liberale che, senza dati, senza risultati comprovati, esalti come valore quasi assoluto l’esternalizzazione in quanto, in linea di principio, fa venir meno il monopolio pubblico, promuove l’efficienza attraverso la concorrenza e offre ai cittadini una scelta più ampia in un contesto di mercato. “Ci troviamo con argomenti teorici a favore e contro la privatizzazione nella fornitura di servizi pubblici e i risultati empirici sono inconcludenti”, dice il professor Zafra-Gómez dell’Università di Granada, che ha studiato la questione.

In attesa di risultati empirici validi potremmo almeno fare attenzione ad alcune narrazioni altamente ideologizzate. In Spagna non esiste un modello indiscusso per valutare quali Comunità autonome offrono una sanità migliore. È una questione essenziale non solo per sapere come viviamo, ma anche per contribuire a migliorare il modello di finanziamento regionale (la cui riforma è stata congelata da anni). Si dà per buona la valutazione effettuata dalla Piattaforma per la sanità pubblica, che considera necessariamente un cattivo indicatore il fatto che le Comunità autonome abbiano fatto ricorso al sistema misto per la gestione degli ospedali. La realtà è più complessa Nel sistema sanitario convivono fondamentalmente quattro tipi di ospedali: quelli gestiti direttamente dall’amministrazione, quelli gestiti dall’amministrazione attraverso una fondazione pubblica, quelli organizzati con un ente senza scopo di lucro o con una società. Gli ultimi tre, secondo uno dei pochi studi che sono stati fatti in questo campo (analisi multilivello dell’efficienza tecnica degli ospedali del Sistema sanitario nazionale spagnolo per tipo di proprietà e gestione), sono i più efficienti.

Un gruppo di professori, legati al socialismo tradizionale, ha pubblicato alcuni mesi fa il libro “I servizi pubblici e l’ideologia: l’interesse generale in gioco”. Nel volume hanno sottolineato la convenienza di distinguere la privatizzazione dall’esternalizzazione dei servizi, qualcosa che è pienamente costituzionale. Dopo le tempeste ideologiche, hanno evidenziato il valore della gestione indiretta. La modifica in Spagna della legge dei contratti del 2017, per accogliere le direttive del Parlamento e del Consiglio europeo, ha comportato l’apertura alla fornitura di servizi attraverso accordi sociali senza ricorrere alle forme tradizionali di contrattazione. C’è un intero mondo da discutere, misurare, esplorare e concretizzare nel campo della sussidiarietà pratica.

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