Quell’effetto Nordest

- Gianni Credit

L’effetto-Calenda è uno degli spunti più rilevanti nelle riflessioni politico-economiche del dopo-voto europeo

operai_turbina_industria_lapresse
Lapresse

L’effetto-Calenda è uno degli spunti più rilevanti nelle riflessioni politico-economiche del dopo-voto europeo. Lo score del capolista del Pd nel Nordest è stato significativo in sé: al di là delle preferenze personali raccolte, la performance del centrosinistra è stata migliore di quella nazionale nelle aree-piedistallo dell’affermazione della Lega. Alla fine di una campagna elettorale che l’ex ministro dello Sviluppo ha condotto principalmente sul territorio è stato quindi percepibile uno specifico momento di confronto politico, nel quale Calenda ha speso con successo visibile una propria credibilità in campo economico in una zona trainante dell’Azienda-Italia. 

In concreto: numerosi uomini delle imprese (non solo “capi” d’impresa), in regioni in cui nel corso di decenni sono maturate preferenze importanti nel mondo produttivo per il centrodestra e in particolare per la Lega, hanno esitato ad appoggiare quest’ultima proprio nella consultazione che ha regalato a Matteo Salvini il miglior risultato della sua storia e il primato elettorale nel Paese. Anzi: non hanno seguito la Lega proprio quando questa – da una posizione di forza formale nella maggioranza di governo – ha enfatizzato la promessa fiscale più elementare, la flat tax. Ma proprio nel Nordest il contender – domenica scorsa – era un uomo politico del centro-sinistra che poteva affermare a ragione di aver già tagliato le tasse: per davvero, in misura tangibile e soprattutto in modo diverso da come la Lega dice di volerle tagliare.

Assai più degli 80 euro di Matteo Renzi – propellente per il boom del Pd alle europee del 2014, ma non per una duratura ripresa economica italiana – il piano Industria 4.0 costruito da Calenda, ministro dello Sviluppo nei governi Renzi e Gentiloni, è stato l’unico momento di reale ripresa pilotata dell’Azienda-Italia dal 2011 in poi. Ha predisposto incentivi tanto reali quanto selettivi che hanno consentito a uno dei settori di punta del manifatturiero italiano (le macchine utensili, la meccatronica) di fornire ad altri settori italiani tecnologia nuova per affrontare meglio la competitività internazionale. È stato generato Pil di valore triplo: per chi l’ha fatturato ma anche per chi ha acquisito con esso nuova qualità produttiva; e non da ultimo per chi nel processo innovativo stimolato da Industria 4.0 ha trovato lavoro. E durante la prima fase di Industria 4.0 lo spread è rimasto costantemente al di sotto dei 200 punti.

Qualunque governo guiderà il Paese – e predisporrà le prossime manovre finanziarie – commetterebbe un errore a non considerare il senso profondo dell’effetto-Calenda nel voto 2019 a Nordest. Un errore tanto più grave se la strategia si traducesse ora nel concepire un choc fiscale con approccio “eguale e contrario” a quello che ha partorito il reddito di cittadinanza. I parametri di Maastricht possono anche essere messi in discussione. La razionalità insita nell’esperienza mai: anzitutto in politica economica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA