Un Dio complicato come l’amore

- Marco Pozza

Fatto ad immagine del Padre, l’uomo tentato dal diavolo ha voluto essere solo. Ma non c’è amore in grado di stare in piedi da solo. L’uomo deve tornare alla Trinità

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Giotto, Ultima Cena (1303-05), particolare

Non fosse veramente morto per noi, domandarglielo sarebbe quanto meno lecito: “Che considerazione hai di noi, Dio-santo?”. Il problema, anche con Dio, è capirsi: perché ogni merlo crede di aver messo nel becco un significato capitale, che solo lui capisce però. L’altro merlo gli ribatte qualcosa senza attinenza con quanto appena detto: “Un dialogo tra sordi, una conversazione senza capo né coda. I dialoghi umani sono qualcosa di diverso?” (I. Calvino).

Che Iddio sia Dio e l’uomo sia mortale, nessuno dubita: nessuna creatura vedrebbe la luce senza la disarmante passione di un Amore che le dona vita. Ma sono quelle parole lì, all’indomani della spintonata della Pentecoste, a rattristare gli animi: pensavamo d’essere maturi, d’aver ottenuto l’indipendenza, d’esser pronti a salpare da soli. Invece tutto rallenta: una frenata brusca, fulminea, inaspettata. La coperta, d’un tratto, sembra esser diventata piccola: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Detto così. Quindi se ne è andato via tenendoci nascoste delle cose: vuoi per incapacità di intendere, per una sorta di tutela o di quant’altro, fatto sta che non ci ha detto tutto mentre era quaggiù a svangare la nuda ferialità della terra. È stato un Dio bugiardo, allora?

Figurarsi, è un Dio rispettoso dei ruoli. Non nutre smanie di protagonismo, sa molto bene che ciascuno, a casa sua, ha un compito: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. In casa sua, la casa della Trinità, ognuno sa fare bene il suo mestiere. Il Cristo s’è tuffato quaggiù: ritornato a casa, ha lasciato lo Spirito al lavoro, perché sviluppasse il disegno tracciato in quei trent’anni passati a battere strade comuni, fischiettare canzoni popolari, rimettere in sesto occhiate smarrite.

Un cambio gestione, allora? Giusto perché la gente, spintonata dal lurido Lucifero, inizi a chiedersi: “Chissà se la prossima che verrà sarà meglio o peggio di questa!”. Non sarà né meglio né peggio: è la medesima: “Non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà cose future”. Dunque – è quello che capiamo noi – arriverà un genio ad amministrare questa storia che più passa il tempo e più s’ingarbuglia invece che sciogliersi? No, il mistero è molto più fanciullesco, così fanciullo da essere impenetrabile da comprendere. I Tre – Padre, Figlio, Spirito – sono il medesimo Dio: “Tutto quello che il Padre possiede è mio” (cfr Gv 16,12-15). Son Dio perché sanno tenere accesa la relazione tra loro, son così eterni perché ciascuno vive dell’amore dell’altro e chi vive d’amore nessuna morte lo potrà mai ammazzare. Sono così invincibili perché han capito che un Dio da solo è un Dio destinato a morire: non c’è amore in grado di stare in piedi da solo. Uniti si vincerà. Di più: si risorgerà.

Fu così dall’inizio, anche se noi lo scopriamo adesso: certe cose diventano chiare solo quando si diventa grandi. Fare nascere l’uomo non fu uno sfizio del Padre, un’improvvisata. Ci fu una riunione familiare: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (cfr Gen 1,26-28). Il verbo al plurale, sei mani all’opera, nessuno decise nulla da sé solo. Non badarono solo all’immagine: lo zigomo, la punta del naso, i lineamenti. Ci tennero molto anche alla somiglianza: che l’uomo diventasse la copia perfetta del Padre. Che l’uomo, guardando l’uomo, dicesse: “È tutto Dio”. Dio che assomiglia all’uomo: era il Paradiso, lo ritornerà ad essere. Quando, per invidia del Bastardo, l’uomo perse la somiglianza, tentò d’essere felice da solo, elogiando la solitudine: “Ci son momenti di solitudine – scrive Alda Merini – che cadono all’improvviso come una maledizione, nel bel mezzo di una giornata. Son i momenti in cui l’anima non vibra più”. La Trinità è porto aperto: l’uomo, senza relazioni, muore d’asfissia. Perde i lineamenti di suo Padre e, perdendoli, va raccontandosi che esser da soli è bello. Quand’invece una certa solitudine è bella quando hai qualcuno a cui dirlo che è bella. Quant’è complicato il Dio-Uno-Trino cristiano: complicato come l’amore. Altro che un discorso tra merli.

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