Cattolici al voto: la Chiesa ritorni a dialogare e a formare

- Francesco Occhetta

L’alternativa all’uso politico dei simboli religiosi c’è: ed è spirituale, non religiosa. I cattolici del dopoguerra hanno molto da insegnare

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Giorgio La Pira e Paolo VI (foto Fondazione La Pira)

Per discernere occorre distinguere gli elementi che formano un’analisi. Qui ci limitiamo a sottolinearne due, molto dibattuti in questi giorni: le parole e i gesti religiosi che sono riaffiorati nella campagna elettorale e come ha votato il mondo cattolico.

Partiamo dal primo dato. Con una forza comunicativa senza precedenti, Matteo Salvini ha volutamente usato un linguaggio religioso. Una strategia che viene da lontano: è la dimensione sacrale del politeismo leghista, che fonde – senza riconoscerli – i riti pagani sul Po, l’ampolla d’acqua per il battesimo, la croce, il rosario e l’invocazione a Maria. Tutti segni cristiani utilizzati nella costruzione politica di un’identità religiosa etnico-nazionale, basata sulla contrapposizione tra un “noi” ideale (i padani prima, gli italiani oggi) e un “loro” da respingere (i meridionali prima, gli immigrati oggi).

Nell’aprile 2016 anche Beppe Grillo aveva chiamato sul palco del Lingotto a Torino i politici del suo movimento per inscenare una sorta di “comunione” dicendo ad ognuno: “Questo è il mio corpo”. Un gesto offensivo e blasfemo per un credente.

In realtà quando si aprono nuovi mondi da abitare la politica ha di fronte a se due sfide: l’immaginazione, i progetti e la loro realizzazione che iniziano dall’utilizzo di parole nuove, oppure riciclare i linguaggi antichi, quelli identitari come quello di Trump negli Stati Uniti d’America, Bolsonaro in Brasile, Orbán in Ungheria, Salvini in Italia.

Esiste solo un’alternativa ed è spirituale, non religiosa. Nel Novecento, cattolici come De Gasperi e Moro, Dossetti e La Pira hanno costruito la democrazia e l’Europa compiendo una scelta diversa, quella dell’inclusione e della dignità, della solidarietà e, soprattutto, della laicità. Laicità non è negazione né neutralità del proprio credo nello spazio pubblico ma ascolto, condivisione, incontro e dialogo con le altre culture.

C’è un secondo dato da non sottovalutare oltre a 22 milioni di elettori che hanno scelto di non votare. Gli elettori cattolici che hanno votato e hanno dichiarato di partecipare alla Messa domenicale hanno scelto la Lega (34,3%), il Pd (22,7%), il M5s (17,1%), FI (8,8%), FdI (6,5%) e altri partiti (10,6%). I cattolici praticanti che invece hanno scelto di non andare a votare sono il 46%, un dato che esprime disaffezione e disorientamento verso la politica.

In questo scenario così cambiato, la Chiesa è chiamata a capire le ragioni e a dialogare. Un passo indietro tutti, abbassando i toni del conflitto, per fare due passi avanti insieme. In gioco c’è il futuro del Paese. Anche il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, ha ricordato il 29 maggio la necessità da parte di tutti di ritornare a dialogare: “Si deve dialogare anche con Matteo Salvini, dialoghiamo con tutti”. Dialogare è un’arte che restituisce alla politica la sua forma più nobile e alta. Per questo occorre investire in formazione e partecipazione, aiutare a ritrovare le radici culturali del sogno europeo degasperiano, sostenere chi si impegna, ricostruire un’area culturale moderata, favorire cabine di regia per europeizzare i temi politici nazionali, perché siano ispirati alla dottrina sociale della Chiesa.

In questo scenario una strada possibile c’è: ritornare a vivere la politica nelle comunità. Pensiamo all’esperienza italiana del Codice di Camaldoli del 1943. Gli autori – un gruppo di laureati – formarono una comunità politica pensante, non partitica. Erano pochi, deboli e impauriti dalla guerra in corso. Eppure, il loro contributo arricchì i lavori della Costituente nel 1946. Aver assunto come forza la debolezza di una presenza ha permesso al mondo cattolico di trasformare la sterilità in fecondità di proposte.

La sfida della politica si sta giocando nelle città e nella costruzione dell’Europa, Roma esprime la sintesi tra le due. E il mondo cattolico parte avvantaggiato se le foreste che crescono senza fare rumore ritornano a fare sistema. Sono quelle parrocchie e diocesi virtuose, che danno i loro uomini e le loro donne migliori alla politica e selezionano e formano giovani vocati. Oppure i frutti sociali e politici che danno l’Azione Cattolica, Comunione e liberazione, il Sermig, lo scautismo, la Comunità di Sant’Egidio, le Acli, Libera e tanti altri gruppi, associazioni e movimenti laicali. Ciascuno nel proprio carisma, a volte da mettere in rete meglio, speso in favore dell’intera società. La vera sfida è curare e custodire meglio l’unità nel pluralismo. Lo spirito e l’esperienza del Meeting di Rimini lo insegnano.

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