E dagli all’untore

- Giorgio Vittadini

Nel nostro Paese c’è l’idea piuttosto diffusa che l’Università sia il regno delle baronie feudali. La realtà è però diversa

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Lapresse

“Buongiorno professore, la contatto per chiederle se può scrivermi una lettera di raccomandazione per accedere al dottorato dell’Imperial College di Londra…”. Non è raro ricevere email di questo tipo da giovani che ho seguito nel lavoro della tesi. So che la parola “raccomandazione” fa accapponare la pelle e richiama immediatamente a una pratica vituperata, quella dei concorsi pilotati, balzati di recente alle cronache.

Sul Sussidiario di mercoledì è apparsa un’intervista a un ricercatore gravemente danneggiato da una procedura di selezione truccata. Il fatto è incontrovertibile tanto è vero che la magistratura ha sancito in modo definitivo le gravi irregolarità del caso. La denuncia è quindi del tutto condivisibile. Nel resto dell’intervista, però, la vittima della frode lascia intendere che tutta l’università italiana sia corrotta, che i meritevoli non facciano mai carriera, che solo i raccomandati vincano nella maggioranza dei concorsi.

Per quanto sia sacrosanto continuare a denunciare frodi e malcostume, è importante fare chiarezza sulla realtà di questa istituzione, punto nevralgico dello sviluppo di un territorio, e sul fatto che i suoi problemi sono ben altri e riguardano: l’attrattività internazionale, l’integrazione pubblico-privato, il rapporto con il mondo economico, i finanziamenti pubblici alla ricerca di base. Ma è comunque legittimo non evadere il tema più spinoso. Gli atenei italiani sono davvero il regno delle baronie feudali, come la vulgata vorrebbe?

Lavoro in università da quarant’anni e posso affermare che la maggior parte degli accademici che conosco sono persone corrette, che svolgono con serietà il loro lavoro, sia didattico che di ricerca, che pubblicano su riviste di fama mondiale, che vincono fondi di ricerca internazionali, e che hanno tutto l’interesse a selezionare i ricercatori in base al merito.

È importante notare che il valore dei professori, per la ricerca e per la didattica, più che in quasi tutti i settori, può essere conosciuto in tempo reale. Chiunque, dalla rete, può sapere se un professore ha pubblicato o meno e dove ha pubblicato. Esistono infatti sistemi sviluppati a livello mondiale (Scopus, Web of Science, Google scholar, ResearchGate) che associano a ogni autore un numero in funzione del valore scientifico delle sue pubblicazioni. Non solo. L’Anvur, un’agenzia indipendente, per conto del Miur, computa la Valutazione della qualità della ricerca (Vqr) sulle pubblicazioni di professori e ricercatori. Questo numero, che va da 0 a 2, ufficialmente misura la produttività scientifica dei docenti. Ed è una misura che ha conseguenze operative: chi non supera una certa soglia non può essere commissario a concorsi nazionali e locali e non può partecipare a consigli scientifici dei dottorati.

Nelle università i nuovi posti assegnati tengono conto del valore scientifico dei dipartimenti, ottenuto come media dei singoli Vqr e ai dipartimenti di eccellenza vengono assegnati fondi aggiuntivi dal Miur. Il fatto che tale valutazione, sicuramente perfettibile, sia osteggiata da molti, tra cui esponenti dell’attuale maggioranza che volevano sciogliere l’Anvur, mostra come dia fastidio questa “casa degli specchi”, dove la mediocrità non passa più inosservata.

A queste valutazioni sulla ricerca si aggiungono quelle sulla didattica, uniformate a livello nazionale e pubblicate sul sito degli atenei: chi insegna male per incapacità e malavoglia può essere individuato da tutti.

Inoltre, a quanto detto, si aggiunge l’attuale disciplina per entrare in università. Mentre trent’anni fa si potevano vincere concorsi farlocchi e rimanerci per tutta la vita senza fare nulla, oggi il cursus honorum è severo e lungo: dottorato, eventuale borsa post doc (post dottorato), ricercatore a tempo determinato di tipo A e B. Solo dopo questa lunga trafila, si può tentare un’abilitazione nazionale e un concorso locale per diventare professore associato od ordinario a tempo indeterminato. Vale a dire: nella maggioranza dei casi il posto fisso in università non lo ottengono gli epigoni di Checco Zalone, ma chi ha superato una dura selezione.

Per questa ragione, la qualità media delle università italiane è ben più alta di quella sancita dalle classifiche internazionali che assemblano indicatori diversi, ponderandoli in modo arbitrario. Lo dimostra l’alta percentuale dei laureati italiani che all’estero trova posti di grande rilievo nell’accademia e nelle imprese. E lo dimostra anche il fatto che, nonostante la scarsità dei fondi stanziati, la qualità degli studi, misurata con le citazioni medie per articolo scientifico, è cresciuta dal 2000, tanto che l’Italia è pari alla Germania e alla Francia e molto vicina al Regno Unito. Segno questo anche del grande vantaggio competitivo che l’approccio alla conoscenza tipico della nostra cultura rappresenta. Certo, per competere alla pari con altri Paesi avanzati, ci vorrebbero maggiori fondi per dottorati e ricerca, ma sia nella Prima che nella Seconda Repubblica, si è sempre trascurata la loro importanza.

Precisato tutto questo, rimane il problema di come ottenere criteri più chiari e trasparenti per accedere in università.

Sorprende che nei Paesi più avanzati si entri nel dottorato con due lettere di raccomandazione di docenti, si continui la carriera con post doc e tenure-track (cioè con contratto in attesa di conferma in ruolo) per scelta libera e autonoma dei docenti senza concorsi pubblici. Perché? Perché le università reperiscono gran parte dei fondi dai finanziamenti ottenuti per la ricerca e dalle rette d’iscrizione. Se questi atenei prendessero persone impreparate crollerebbero come una squadra di calcio che facesse giocare un mediocre centroavanti perché è il figlio del presidente. In Italia la gran parte dei fondi alle università proviene dai finanziamenti del Miur a prescindere dalla qualità dei docenti.

Non sarebbe necessario stravolgere il sistema universitario italiano. Bisognerebbe solo capire il suo valore strategico per tutto il Paese e migliorarlo. Come? Guardando dove esprime la sua eccellenza, come ad esempio, a Milano, in cui l’integrazione virtuosa pubblico-privato e il rapporto con il mondo dell’impresa sta dando grandi frutti, in termini di qualità e attrattività, anche internazionale.

La svolta appare lontana, e allora dagli all’untore che sta in università.

 

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