Quando il cuore fa le giravolte

- Marco Pozza

Cristo andò da loro non per farsi servire, ma perché aveva voglia di fare una sorpresa. Marta, senza volerlo, gli rovinò la festa

rublev cristo salvatore XIV arte
Andrej Rublev, Cristo Salvatore, XIV sec.

Sono così tanto sorelle che non sembrano nemmeno tali. Educate alla stessa maniera, diventate grandi ognuna ha preso la sua strada. Marta, cammin facendo, si è convinta che il modo migliore per fare una cosa sia farla: “Il fare è la vera misura dell’intelligenza” (N. Hill). Maria, in quanto ad ospitalità è certa che l’unico modo per intrattenere le persone sia ascoltarle: la comunicazione, per lei, non parte dalla bocca che parla, dalle mani operose ma da un orecchio in ascolto. Hanno un amico in comune, uno di quelli che valgono un’amicizia: “Grazie, ma stasera proprio non possiamo. Abbiamo Gesù a cena”, è il ritornello che ripetono alle amiche che l’invitano. Gesù a cena: il cuore fa le giravolte.

Eccolo Lui, il bellimbusto narratore della bellezza. Nessun invito gli è stato rivolto: arriva quando vuole, senza preavviso, come di chi è avvezzo al calore di quelle mura. Dio, quand’è stanco, va da suo Padre. Poi, per festeggiare ciò che il Padre gli dice, va a casa di amici. Delle sue amiche: Marta e Maria, che in vita sono la sua vacanza segreta. Quando varca la soglia, è come se entrasse il Cielo: non c’è cosa o persona, che non avverta un sussulto. Nessuno sta più al posto di prima. Maria, quando lo vede, è come se andasse via di testa: “Maria – si ripete tra sé la litania insegnatale dalla mamma – non aspettare il momento giusto per fare le cose, l’unico momento giusto è adesso”. Chissenefrega della polvere sulla credenza, dei letti da rifare, della tovaglia macchiata. Anche il rubinetto è aperto, amen: Maria siede ai piedi di Gesù. Anche Marta, sottovoce, ripete l’identica litania imparata dalla stessa madre. Quella che alle figlie mai s’è stancata di insegnare che ogni uomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto. Entrambe sono in allerta: quell’Amico è un magnete, ha il cuore in fiamme.

Una è indaffarata, l’altra pare sfaccendata. Marta ha lo sguardo fendente, se la prende con l’Amico: “Signore (…) dille che mi aiuti”. Maria, seduta a terra, avrà allargato le braccia: “È sempre la solita mia sorella!” Cristo le ama, ama stare con loro, entrambe sono donne coraggiose: ci vuole coraggio per alzarsi e darsi da fare – “Grazie, Marta!” -, è lo stesso coraggio che ci vuole per sedersi e ascoltare: “Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta.

Non prende le parti di nessuna, il Cristo-viandante: adora l’intraprendenza di Marta, ma oggi le confida che più di un bicchiere di vino o dell’arrosto al forno è venuto da loro perché ha bisogno di amiche in ascolto: “Amare – scrive Antoine de Saint-Exupéry – vuol dire sopratutto stare in silenzio”. Quei due cuori di femmina li ha scelti per accennare loro un segreto: ascoltare è diventare chi si ascolta. Il resto è aspettare, più o meno in silenzio, di dire la propria. Dio non si conquista con le parole, Marta: il suo cuore lo si espugna con il silenzio. Non s’arrabbia Marta: le viene in mente quando, da bambina, invidiava la memoria della sorella: “Come fai a ricordarti tutto, Maria?” le chiede sovente. “Ascolto: è semplice, Marta” è la risposta di sempre. Che oggi, ai piedi di Cristo, vale un capolavoro d’ospitalità.

A Marta Cristo vuole un bene dell’anima. È per questo che la rimprovera a modo suo: la vede distratta, “distolta per i molti servizi” (cfr Lc 10,38-42). Per Cristo ci sono cose peggiori di un’assenza: è una presenza distratta. È andato da loro non per farsi servire, ma perché aveva voglia di fare una sorpresa: di farle sedere, stavolta, e mettersi Lui nei panni del casalingo. Marta, senza volerlo, è come se gli avesse rovinato la festa rubandogli il mestiere. Ha rifiutato d’essere servita, si è distratta e si è persa la parte migliore: le parole fresche, quelle dell’arrivo, le prime righe della sera. Cristo rimprovera Marta, ma capisco bene che vuol parlare a me: “Finiscila di fare cose per me, Marco. Invece di rubarmi il mestiere, lascia fare qualcosa a me”. È ammonizione più che complimento: accettare che Dio faccia cose per me è ricordarmi che non basto a me stesso. E che Dio non si compra facendo cose, ma si ama lasciando che Lui faccia cose per noi: le sue cose.

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