Lo scacchiere del Golfo Persico

- Fernando De Haro

La situazione in Medio Oriente torna a farsi difficile. Lo scenario è più complesso di quello che forse gli Stati Uniti pensano

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Lapresse

Alcune delle città bagnate dalle acque del Golfo Persico, vicino allo Stretto di Hormuz, dove la tensione tra Stati Uniti e Iran è massima in questi giorni, sembrano basi lunari. A Doha o ad Abu Dhabi, gli aerei atterrano dopo aver sorvolato un deserto inospitale, scosso in estate da tempeste di sabbia che fanno impallidire il sole. Gli aeroporti e gli edifici si difendono dal mondo esterno formando capsule protette da potenti sistemi di aria condizionata, lusso internazionale e lavoratori provenienti dall’Estremo Oriente. Il petrolio ha permesso di far crescere, in un mondo un tempo dominato da carovane e tende, architetture urbane e infrastrutture che parlano di grande ricchezza.

Gli analisti, dopo i recenti fatti, hanno sottolineato che lo Stretto di Hormuz è uno dei punti del pianeta sui cui transita più petrolio. Ed è senza dubbio uno degli elementi che devono essere presi in considerazione per capire cosa sta succedendo. Ma non è l’unico, visto che il Golfo Persico è la grande frontiera tra il mondo sunnita e quello sciita. Da una parte, l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, dall’altra, l’Iran.

Il conflitto in questi giorni si verifica all’inizio di quello che Kaplan chiama il “mondo Marco Polo”, che comincia nella parte orientale dell’Oceano Indiano e si estende fino alla Cina. Un mondo sicuramente protagonista del XXI secolo e che non si comprende senza tenere conto dello scenario post-bellico di Siria e Iraq e della rivalità tra le due principali correnti dell’Islam.

Quando ancora la guerra contro Daesh non era finita, Trump si è schierato con l’Arabia Saudita senza alcuna sfumatura e senza tener conto dello scenario di egemonia sciita creata in Iraq e in Siria, in parte grazie all’intervento delle truppe statunitensi. Il sostegno senza soluzione di continuità della politica di Trump a Netanyahu (con gesti non necessari come il trasferimento dell’Ambasciata a Gerusalemme o il riconoscimento delle Alture del Golan come territorio israeliano) e al Principe saudita Mohamed Bin Salman (e alla sua più che discutibile riforma) ha significato mettere Teheran al centro dell’Asse del Male. Questo spiega perché gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo sul nucleare (uno dei pochi successi di Obama nella regione) che ha fermato lo sviluppo atomico dell’Iran in cambio dell’annullamento di parte delle sanzioni. La tensione di questi giorni è una conseguenza di una scommessa a favore del sunnismo salafita (tradizionalista) dell’Arabia Saudita, alleato di Tel Aviv e buon cliente nell’acquisto di armi.

La scelta di Trump sembra però non aver preso in considerazione la situazione complessa che vive la regione, il protagonismo dello sciismo oltre i confini dell’Iran e le tensioni che, fortunatamente, si verificano all’interno del sunnismo. L’attuale mappa del Medio Oriente è in gran parte modellata dall’Accordo di Sykes-Picot del 1916. I confini erano indubbiamente arbitrari, ma avevano il vantaggio di configurare Stati in cui sunniti e sciiti, alawiti, curdi e minoranze come quella cristiana erano costretti a convivere. Sono stati finora Stati multietnici e multireligiosi come gli imperi ottomano, austro-ungarico e russo prima della fine della Prima guerra mondiale.

La fine della guerra in Siria e in Iraq ha fatto ricomparire il sogno di Stati di una singola confessione. Non si può escludere una pulizia etnica come quella avvenuta nell’Europa centrale tra il 1930 e il 1950. La vittoria di Assad in Siria e di un regime sciita molto filo-iraniano in Iraq, con il sostegno indiretto degli Stati Uniti che non avevano un piano dopo la vittoria, rende prevedibile una marginalizzazione dei sunniti in Siria e in Iraq. Non c’è una risposta a questo problema da parte dell’Amministrazione Trump, che si limita a sostenere i suoi alleati curdi.

Non sembra nemmeno che Washington abbia preso parte ai dibattiti che si svolgono all’interno del sunnismo egemonico. Alla fine degli anni ’70, c’è stata una fusione tra il wahabismo salafita dell’Arabia Saudita e le tendenze più radicali dei Fratelli musulmani. È ciò che è noto come sahwa. Questo movimento radicale ha avuto molto a che fare con lo sviluppo dello jihadismo. Ma in questo momento si sta verificando un’interessante rottura tra il wahhabismo saudita e i Fratelli musulmani, sostenuti dal Qatar. Sarebbe molto interessante se l’Islam saudita fosse spinto a separarsi definitivamente da correnti come quelle incarnate dall’influente ulema Yusif al Qaradawi, sostenuto dai Fratelli musulmani e dal Qatar, che hanno un’influenza significativa sull’Islam europeo. Sarebbe decisivo isolare l’Unione mondiale degli ulema musulmani. E se si tratta di sostenere la corrente più anti-islamista del sunnismo, non c’è niente di meglio che rafforzare il Consiglio dei saggi musulmani promosso dagli Emirati Arabi Uniti e il leader dell’Università Al Azhar al Cairo, el-Tayeb. Sono stati loro a rendere possibile la visita del Papa ad Abu Dhabi e la firma del documento storico sulla Fratellanza umana.

Washington non può dimenticare quello che è successo in Afghanistan negli anni ’80. Non tutto è deserto nel Golfo Persico.

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