Politica economica, no ad avventure

- Gianni Credit

La crisi di Governo apre delle domande anche sulle mosse di politica economica che possono essere prese in Italia nei prossimi mesi

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La Lega sta sollecitando l’apertura di un percorso politico-istituzionale (le elezioni anticipate) per accelerare il perseguimento di un obiettivo politico-economico (il rilancio di Pil e occupazione) attraverso una manovra espansiva (taglio delle tasse e aumento del deficit) con un derivato di politica estera: la ripresa del confronto con l’Ue sulle regole di Maastricht.

Non è certamente banale che dai grandi media internazionali (Financial Times e Wall Street Journal) siano giunte prime aperture caute al leader della Lega: perfino Bill Emmott – che bollò senza appello Silvio Berlusconi come “unfit” – ha scritto che Matteo Salvini può meritare una chance (naturalmente di mostrarsi un Premier vero, per ora nascosto dentro un tribuno balneare). Tuttavia anche i portavoce dei mercati finanziari muovono al momento da premesse essenzialmente politiche: l’instabilità conclamata della “strana maggioranza” giallo-verde e l’inutilizzabilità corrente del Pd. Più che un reale effetto-chiarimento (peraltro da verificare all’eventuale voto) la Lega sembra offrire nell’immediato ai mercati la prospettiva “meno peggiore”, l’unica disponibile qui e ora in chiave di affidabilità relativa dell’Azienda Italia.

Alla bocciatura definitiva dell’incompatibilità di M5S con una grande democrazia industriale di mercato non corrisponde comunque ancora una valutazione effettiva della combinazione rischi/opportunità del passaggio elettorale preteso dalla Lega. E l’opportunità appare alla fine una sola: sperimentare nell’Italia del 2020 una vecchia ricetta di matrice reaganiana (o meglio: una copiatura italiana – in Europa – della copiatura trumpiana in America quarant’anni dopo). Ancora una volta il possibilismo di alcuni osservatori sembra basarsi soprattutto su una negazione, a cavallo fra dati economici complessi e mutevoli percezioni elettorali: la lunga stagione aperta dall’austerity imposta dal Governo Monti e proseguita con i tentativi di rilancio da parte dei governi Letta, Renzi e Gentiloni non ha portato risultati reali (neppure due indubbi momenti di public policy come il Jobs Act e Industria 4.0 hanno “riconsegnato” ripresa nel breve periodo). Per non parlare del Governo Conte, nel quale il super-ministro allo sviluppo era il leader pentastellato Luigi Di Maio.

Mentre il sistema-Paese si accapiglia anche soltanto sui tempi e sui modi della decisione politica, il contesto economico globale diventa intanto ogni giorno più problematico: il commercio internazionale si affloscia attorno al confronto Usa-Cina. La Ue di Ursula von der Leyen non è meno divisa, attorno a una Germania in frenata industriale e di fronte alle convulsioni britanniche su Brexit. La Bce affronta un delicato cambio della guardia, mentre la Fed si misura duramente con Donald Trump, ormai nei panni del ri-candidato alla Casa Bianca. Può stupire, in questo quadro, che al “non pessimismo” di principio dei media sull’ipotetico “effetto-Salvini” in Italia corrisponda in concreto – presso le banche italiane – un peggioramento immediato dello scenario-spread da quota 200 a quota 300? Può sorprendere il crescente nervosismo di Arcelor Mittal e dei rappresentanti sindacali di oltre 10mila dipendenti dell’Ilva?

Ci sono pochi dubbi che un richiamo di Carlo Cottarelli alla guida di un Governo tecnico di garanzia elettorale condurrebbe a una manovra di passaggio correttamente costruita e priva di “avventure”: a cominciare dalla sostanza (il disinnesco delle clausole Iva, sui cui Salvini invece pare pronto a litigare subito con l’Ue). Ma ben difficilmente Cottarelli potrebbe iniziare a tradurre in manovra le sue lucide analisi di commissario alla spending review (argomento che manca regolarmente dietro lo slogan “flat tax”) e di esperto Fmi sul debito pubblico italiano (idem come sopra).

Meno che mai un “Governo elettorale” – per quanto qualificato – sarebbe in grado di esplorare ricette-ripresa alternative a quella del lassismo fiscale puro e semplice. Per esempio: perché non investire in modo mirato una o più manovre sul taglio del cuneo fiscale, con effetti benefici sia sulle imprese che sui redditi dei lavoratori?

Le linee strategiche di una manovra diversa si intravvedono. Vanno dall’introduzione del quoziente familiare fiscale all’esenzione contributiva per almeno tre anni a fronte di assunzioni di giovani neet, disoccupati e immigrati formati; dal consolidamento del piano Industria 4.0 in chiave di formazione digitale a nuovi sgravi per start-up e ricerca per l’innovazione tecnologica. Senza naturalmente trascurare investimenti infrastrutturali pubblico-privati, la cui dimensione può beneficiare di un clima europeo in evoluzione (basti pensare a un piano green in cantiere in Germania), ma ha appunto bisogno di sintonia con Bruxelles.

L’abolizione del cuneo è da anni la richiesta prioritaria – mai realmente considerata nella stagione del centro-sinistra – delle 20mila imprese che reggono il Made in Italy e la seconda manifattura europea. Si tratta del solo pezzo di sistema-Paese realmente in grado di innescare la ripresa. Ma la Lega – che si accredita come rappresentante politico di questo mondo – sembra guardare altrove: a un taglio generalizzato – “populista” – delle tasse, premessa probabile di uno scontro con l’Ue come quello seguito alla manovra 2019, zavorrata dal reddito di cittadinanza pentastellato. Una nuova “avventura” di politica economica – mentre attorno tutto è in tempesta – vale davvero il costo e il rischio di un voto anticipato dagli esiti incerti? La decisione ultima è in mano al Presidente della Repubblica.

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