Governo nuovo, crisi vecchia

- Gianluigi Da Rold

Giuseppe Conte sta per ricevere l’incarico di formare un nuovo Governo, con un’operazione politica davvero singolare

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Il premier Giuseppe Conte (LaPresse)

L’operazione di un nuovo Governo, che cancella l’esperienza giallo-verde e lancia in orbita la maggioranza rosso-gialla, è arrivata ormai in dirittura d’arrivo. L’”elevato” di Beppe Grillo e il bravo “Giuseppi”, quasi benedetto da Donald Trump (il re de populisti secondo la versione della sinistra fino a ieri) è stato invocato, approvato e promosso.

L’avvocato Giuseppe Conte, il “premier subordinato” agli umori del duopolio Salvini-Di Maio per 14 mesi, sarà incaricato di formare un nuovo Governo, un Conte-bis che dovrebbe stilare un accordo di programma tra il Movimento5Stelle e il Partito democratico. E naturalmente una squadra di governo (ultima incognita superabile dell’intera operazione) che rassicuri il Paese, che poco ha compreso questa crisi e si ritrova ancora piuttosto smarrito.

La cronaca e la storia di questo ribaltamento di alleanze politiche è tutta da sviscerare, da indagare e certamente se ne conosceranno i dettagli più salienti con il tempo e con le scelte politiche del Governo in fieri. Ma possiamo subito dire che lo spettacolo offerto dalla classe politica italiana in questo mese di agosto non è più neppure “roba da seconda o terza repubblica”, ma da “paese” che vive nel rancore e nella completa solitudine della cosiddetta disintermediazione.

In tutto quello che si è visto in questa orribile sceneggiata generale ci sono i sintomi di una crisi istituzionale, politica e culturale talmente profonda che occorre ricorrere solo alla sforzo di una grande speranza, per cercare di risalire e di rimboccarsi le maniche per varare un periodo di “Governo costituzionale” che cerchi di ridefinire la vita democratica italiana.

È vero che si vive in un’epoca post-ideologica, ma esistono sempre Stati autoritari e società democratiche, scelte di politica economica che guardano alla crescita e si pongono come obiettivo quello di ridurre al minimo le disuguaglianze sociali. Esiste il problema del lavoro e del welfare, di una società che partecipa in varie forme al raggiungimento di una coesione e di un’identità culturale e civile. Se ci si fosse misurati in Parlamento, in modo chiaro, su questi argomenti, forse oggi ci sarebbe meno sgomento nell’opinione pubblica. Si è invece bypassato tutto e si è parlato di discontinuità con molta ipocrisia, avendo già pronto lo stesso presidente del Consiglio del governo mandato a casa.

Forse, l’avvocato Giuseppe Conte e la sua squadra ci sorprenderanno con un altro “anno bellissimo”, ma l’andamento della crisi, il passaggio da un’alleanza spostata a destra a una spostata a sinistra (anche se tutto è vago e nominale) lascia al momento tutti esterrefatti e non provoca certamente una “euforia sfrenata”, per definirla con una battuta, ma neppure un briciolo di entusiasmo persino tra gli artefici italiani di questa operazione.

Abbiamo detto protagonisti e artefici italiani, perché il sapore di un “tifo” internazionale per la crisi del Governo giallo-verde si vede con una certa chiarezza. È stata varata la “maggioranza Ursula”, cioè si è ripetuto lo schema del Parlamento europeo dove il “clone” di Angela Merkel, Ursula von der Leyen, presiede la Commissione dell’Unione europea con i voti decisivi di 14 “pentastellati”, oltre che di alcuni personaggi ungheresi, polacchi e austriaci che potrebbero ricordare i periodi più cupi della storia europea. Non è un caso che all’inizio di quest’anno, uno speculatore ma anche un acuto osservatore politico, George Soros, si sia tanto preoccupato delle sorti europee da vederci “gli ultimi anni dell’Urss”. Anche se poi, sarebbe capace di speculare sull’eventuale caduta dell’euro.

I grandi centri del potere internazionale, europei innanzitutto, non potevano sopportare, dopo la Brexit in atto finale, un Governo apertamente sovranista in Italia. Certo nell’operazione ognuno ci ha messo qualcosa del suo. Matteo Salvini, il capo leghista, è affetto da bullismo cronico e in questo momento guadagna sempre più consensi per gli errori altrui. Lo aspettavano al varco per isolarlo. Ha chiesto con una sequenza strafottente di cambiare governo, andare a elezioni, varare probabilmente una particolare finanziaria evitando parametri europei, intervallando queste richieste con degli “stop and go”, riproponendo poi alleanze al M5S che lo hanno fatto deragliare e soprattutto hanno offerto l’occasione a tutti gli sconfitti di questi mesi di organizzare trappole.

Giuseppe Conte, avvalendosi della sua anacronistica eleganza, ha cominciato a farsi sponsorizzare da diverse entità, che sarebbe difficile elencare: dalle spinte interne, a quelle europee, a quelle forse di “grandi architetti” che si muovono con disinvoltura tra i grandi poteri. Probabilmente non lo hanno promosso, lo hanno usato con abilità. È incredibile che il mite ed educato Conte (che quando era al Governo subiva di tutto da Salvini e anche da Di Maio) sia diventato il nuovo “Cavour italiano” nel giro di un mese.

Nella sua congenita dribblomania, Salvini non aveva neppure tenuto conto dei “pentastellati” che in maggioranza gli si opponevano e ha snobbato con una faciloneria irrazionale la naturale politicamente voglia di rivincita che da più di due anni medita il Partito democratico. Il risultato di questo guazzabuglio è al momento la visione di un Paese che appare quasi diroccato, non solo economicamente, ma soprattutto istituzionalmente e nei promotori della politica, in quella che si chiamava un tempo prima “classe dirigente” e poi sciaguratamente casta.

In sintesi brutale; il leader della Lega che riesce a dribblare se stesso e offre lo spunto per un parapiglia; i “pentastellati che dimostrano tutta la loro inconsistenza e l’imbroglio della loro creazione e irruzione nella politica italiana. Poi c’è il Pd, senza una identità e una prospettiva precisa, con un Segretario che non controlla neppure i suoi gruppi parlamentari e si deve adeguare alle giravolte di posizioni contrastanti. In fondo, l’uscita fragorosa di Carlo Calenda è forse solo l’inizio di una diaspora più vasta.

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