Uno strano lavoro (per tutti)

- Giuseppe Frangi

Quello dell’artista è uno strano “lavoro”. Non obbedisce ad una necessità, se non quella che nasce dentro di lui. Ecco come un’idea prende forma

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Mario Schifano all'opera in piazza dell'Annunziata a Firenze nel 1985 (Foto di Marcello Gianvenuti)

Se qualcuno sospettasse che quello di artista sia un vero lavoro, al prossimo Meeting riceverà una piacevole ma franca smentita. Infatti all’interno del padiglione dedicato proprio al lavoro sarà ospitata una mostra di notevole impegno, proposta da Casa Testori associazione culturale, dove più che vedere opere, si vedranno artisti all’opera. Ci saranno sette studi, aperti agli sguardi dei visitatori, dove nell’arco della settimana si potrà assistere alla nascita e alla costruzione di altrettanti progetti artistici. Insomma una mostra che nasce e cresce davanti ai nostri occhi grazie al “lavoro” di questi sette artisti (in realtà otto, perché due lavorano in coppia; il titolo è “Now Now. Come nasce un’opera d’arte”) che si sono generosamente resi disponibili a questa avventura.

Metto quella parola “lavoro” tra virgolette, perché rispetto all’accezione che in genere le si dà, qui assume una sfumatura diversa. Normalmente il lavoro è un qualcosa che obbedisce ad una domanda o una necessità, che assolve a dei bisogni; il lavoro è un impegno che garantisce il buon o miglior funzionamento della vita collettiva. Quando invece pensiamo a quello che è il “lavoro” di un artista dobbiamo riconoscere che non obbedisce a nessuna necessità, se non quella più che legittima, individuale, dell’artista stesso.

C’è stata una lunga stagione della storia in cui una committenza metteva al lavoro gli artisti, che quindi erano chiamati a dipingere nelle chiese a servizio della comunità (rispondendo ad un bisogno condiviso e collettivo), o ad abbellire palazzi a servizio dei principi. Ora i tempi sono profondamente cambiati e un artista si mette al lavoro per iniziativa propria. È un impeto affascinante e per tanti versi misterioso quello che lo muove: la mostra del Meeting vuole proprio permettere di esplorare e rapportarsi con questo impeto. Come ha scritto uno di curatori della mostra, Davide Dall’Ombra, nel testo introduttivo del catalogo “conoscere il processo è un modo con cui lo spettatore, non solo è chiamato ad andare oltre al pregiudizio del ‘questo lo facevo anch’io’, ma ha la possibilità di cogliere tutto l’aspetto entusiasmante e drammatico che sta dietro un’opera”.

Detto questo bisogna aggiungere due sottolineature importanti. Quello che si scoprirà è l’aspetto materiale del “lavoro” di un artista, oggi così spesso contrassegnato da una grande competenza, ad esempio per quanto riguarda le tecniche e i materiali, e da una sorprendente audacia sperimentale. Ovviamente all’origine c’è un “pensiero” che domanda un mettersi all’opera; il “lavoro” dell’artista nel suo crescere sviluppa e fa vivere quel pensiero, gli dà una forma e in questo modo lo rende un fatto pubblico.

C’è poi una seconda sottolineatura da fare: il “lavoro” di un artista ha in sé una componente gratuita, per tutto quello che fin qui si è detto. Potrebbe non essere realizzato e nessuno reclamerebbe o ne avvertirebbe la mancanza. Ma probabilmente in questo gli artisti sottolineano qualcosa che appartiene alla natura stessa del lavoro, che diventa esperienza piena se abbraccia questa dimensione di gratuità. Anche per questo c’è da essere loro grati.

La gratuità genera gratitudine, come sperimentarono quelle centinaia di partecipanti alla performance tenuta da un grande artista nel 1985 in piazza dell’Annunziata a Firenze. Mario Schifano, questo il suo nome, dipinse in una notte, davanti agli occhi del pubblico, un immenso quadro, un omaggio agli Etruschi e con loro all’italianità. Quando l’opera venne sollevata e mostrata nel suo insieme dal pubblico si levò un grido di meraviglia. Ebbene, quell’opera fascinosa e innamorata arriverà al Meeting, nel cuore dello spazio sul quale si affacciano gli studi dei sette artisti. A testimoniare come il “lavoro” degli artisti abbia come scopo (o meglio, come destino) quello di generare un’imprevedibile bellezza.



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