Caos creativo

- Pietro Marzano

Il “nuovo umanesimo” di Conte, invocato per dare un senso a questa fase, dovrebbe partire dai deboli senza prestarsi a calcoli e tatticismi

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Nicola Zingaretti (Pd), Giuseppe Conte (M5s) e Luigi Di Maio (M5s) (LaPresse)

Chissà se queste ore di caos creativo, che portano travaglio e sofferenza nelle vita di tanti politici, saranno feconde come la notte dell’Innominato, che dopo le traversie di una vita dissoluta trovò la forza della fede per impiegare in modo proficuo il resto dell’esistenza. Senza quel ripensamento di un’intera vita, il famigerato matrimonio tra Renzo-Zingaretti e Lucia-Fico non si sarebbe consumato e Don Rodrigo-Casaleggio avrebbe avuto gioco facile con i suoi bravi a rendere le nozze impossibili.

Ormai siamo di fronte, infatti, ad una necessaria rimeditazione di se stessi da parte di tanti che non hanno ancora il coraggio di ammettere che solo tradendo intimamente la propria narrazione autoreferenziale e abbandonando una divisoria visione della politica potranno dare un senso a queste ore complicate.

Quel che spaventa molti attori non è infatti realizzare o meno un programma di governo, i cui venti o trenta punti sono e restano una shortlist di desideri, ma il dover abbandonare la narrazione del nemico come affermazione della propria identità e rinunciare alla proficua propaganda che ha portato al potere in ogni schieramento chi maggiormente, con abiura ed autodafé, si é promosso antagonista inconciliabile degli altri. Le identità basate sulla contrapposizione, in questi anni, hanno sostituito i valori come aggregante e si sono prestate alla facile manipolazione della rete. Dividersi e rendersi inconciliabili funziona ed è più rapido e a buon mercato che elaborare una visione comune e renderla concreta. Senza un nemico chiaro le truppe non sanno contro chi marciare e quando i nemici latitano bisogna inventarseli. A buon mercato, possibilmente uno “che c’era prima”, che abbia i crismi della differenza anche estetica. Ma la rincorsa del nemico ha sempre il fiato corto. Se non hai una strategia, ed insegui, alla fine la sconfitta diviene inevitabile. 

Di questa dinamica è stato vittima il precedente governo di “ex nemici” e questo deve essere evitato nel prossimo. 

Le urgenze sono molteplici e ampiamente rilanciate in più occasioni, dalla ristrutturazione della scuola e del sapere al rilancio del Mezzogiorno, dalla lotta alle mafie al riassetto fiscale, dalla tutela dei deboli alla green economy. E le ricette paiono sempre più coincidenti quando si affronta in concreto ogni singolo tema, una volta abbandonate, pare senza alcun rimpianto, le ipotesi di sovversione del sistema economico abbandonando euro ed Europa. Il che non è da poco se si considera che la frenata tedesca porterà flessibilità in Europa e la Lagarde, erede di Draghi, non ha alcuna intenzione di chiudere i rubinetti della Bce. Un’occasione per avere un triennio di lavoro proficuo e finanziarie espansive, contado su una Commissione più attenta alle esigenze dei Paesi fondatori.

Insomma, un contesto il cui il merito delle cose potrebbe finalmente essere affrontato difendendo la struttura socio-economica del Paese con le riforme e non con la Guardia costiera a far da scorta a un centinaio di persone per mesi. 

Soprattutto significherebbe ridare al Paese la consapevolezza di essere una comunità che assieme vuole uscire dalla crisi del 2008 con il suo monte di macerie e che, per il futuro di tutti, molti hanno voglia di sporcarsi le mani, per ripristinare dei sentieri di crescita che conducano quanto prima a migliori e più solidi approdi.

Il Paese attende una fase di reale e concreta pacificazione per poter essere condotto con senno e con prospettive di reale crescita. Non avere la capacità di cogliere il momento sarebbe un errore di cui rendere conto. Aver perso la possibilità di far maturare nel Paese le condizioni per affrontare i problemi che nella quotidianità affiggono tanti e creano sofferenze sarebbe una grave responsabilità. Siamo un Paese in cui ancora oggi ci sono esseri umani che muoiono per sfinimento raccogliendo ortaggi nelle pianure infuocate del Mezzogiorno, come ieri nel napoletano, in cui i diritti negati agli ultimi e da ripristinare sono enormemente più importanti della voglia di restare coerenti non alla propria umanità ma alla narrazione di se stessi.

Il “nuovo umanesimo”, invocato per dare un senso a questa fase, deve partire dai deboli e dai loro bisogni, non essere la copertura per formule posticce ed attese tattiche, nella speranza che l’agguato riesca meglio perché preparato con maggior cura. Spesso, come insegna la storia di questi giorni, sottrarsi per convenienza egoistica  dai propri doveri, così come la storia ce li proporne,  porta ad esiti diversi dai desideri. Perciò il momento delle responsabilità è ora e chi vi è chiamato deve dare un risposta nitida e coerente.

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