Rimarginare le ferite

- Fernando De Haro

Per il Presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden è arrivato il momento di rimarginare le ferite nel Paese, ma è un compito molto difficile

Joe Biden
Joe Biden, discorso Elezioni Usa (LaPresse, 2020)

“È il momento di rimarginare le ferite”, una buona frase, una stupenda frase del Presidente eletto degli Stati Uniti. Biden, dopo un conteggio da infarto, ha fatto un buon discorso per celebrare una vittoria che Trump si rifiuta di riconoscere. Sarà un programma difficile da realizzare, perché le ferite nel suo Paese, come in buona parte dell’Occidente, arrivano fino all’ultima cellula dell’organismo sociale.

Biden ha vinto con un margine ampio, ma non schiacciante. Tuttavia, malgrado gli sforzi di qualche editorialista della Costa Orientale, il messaggio degli elettori non è stato quello di un Trump inaccettabile e il candidato democratico si è imposto per tre punti nel voto popolare. I titoli che attribuiscono la sconfitta del Repubblicano all’abbandono da parte dei votanti bianchi critici della globalizzazione nella cintura industriale del Midwest possono essere d’effetto, ma la realtà è sempre più complessa.

Nel Wisconsin, nel Michigan, in Pennsylvania, Biden ha superato Trump per solo un punto. Non c’è stato un abbandono massiccio e drastico dell’uomo che ha fatto del protezionismo una delle sue bandiere. Le categorie demoscopiche si sono rivelate troppo schematiche. Ci sono stati più evangelici bianchi che hanno votato per Biden che per Trump, Biden è avanzato tra i bianchi e Trump tra i neri, gli ispanici e gli asiatici. Cercare, però, di spiegare il voto solo con modelli identitari è il modo migliore di cadere, fin dall’inizio, nella trappola nella quale è bloccata la politica degli Stati Uniti, come tutta la politica occidentale, da decenni.

Se Biden vuole davvero rimarginare le ferite dovrà superare quella che, correttamente, David Brooks ha definito una “guerra religiosa”, una polarizzazione che si è trasferita nella politica e la usa per affrontare modi diversi di intendere la vita. Ciascuna delle parti in conflitto ritiene che l’esercizio del potere sia la modalità migliore per far trionfare un determinato sistema di idee. La destra statunitense, più di dieci anni fa, ha ritenuto fosse giunto il momento di liberarsi del complesso tecnocratico: era necessario fare una guerra culturale al mondo liberal (progressista). Nella prima fase delle guerre culturali, molti nella sinistra rifiutavano gli ideali del’Illuminismo in quanto imperialisti. Da un decennio la destra attacca il progresso perché lo considera parte di un piano delle élite intellettuali per scalzare i valori tradizionali. Il trumpismo, non Trump, è stato appoggiato da alcuni gruppi convinti dell’urgenza di combattere contro un’idea che utilizzava le molle del potere per imporre la propria sensibilità. Il termine guerra culturale ha avuto successo nella nuova destra di alcuni Paesi europei.

In questa dialettica, gran parte del mondo liberal ha reagito negli ultimi quattro anni con un anti-trumpismo sovraesposto. Il progressismo ha vissuto una guerra culturale che, come indicano giustamente alcuni analisti, ha avuto molto dell’ossessione collettiva. La malvagità di Trump occupava tutto: le trame dei romanzi, delle pellicole, delle serie tv. Ci sono stati pochi sforzi sinceri per comprendere perché Trump avesse vinto, cosa sentivano e volevano coloro che avevano votato quello che, senza dubbio, è stato uno dei peggiori Presidenti degli Stati Uniti. Le caricature schematiche del contadino armato sul suo pick-up, del bianco disadattato a causa della globalizzazione, del cristiano integralista, hanno semplificato ciò che è complesso.

I media progressisti, condizionati sempre più da un certo target e dalla necessità di sopravvivere in una società sempre più segmentata, hanno sovraccaricato un confronto nazionale che ha cessato di essere dibattito. Il narcisismo delle reti sociali ha spesso peggiorato la situazione. Si prende posizione in pochi caratteri e questa posizione diventa un feticcio psicologico (questo succede da entrambe  le parti). La guerra culturale progressista è salita talmente di tono che, per esempio, il femminismo è diventato una guerra civile. Una parte delle femministe squalifica le altre perché non lo sono in  modo corretto: le femministe dell’uguaglianza si scontrano con quelle della differenza e le seconde pensano che le prime siano antiquate.

I Democratici sono progrediti nel voto dei bianchi, ma rimarginare le ferite non consiste solo nel ricollegarsi alla classe media e alla classe operaia. È farla finita con la teologizzazione della politica del trumpismo e dell’anti-trumpismo. La questione decisiva, come indica Mark Lilla, è cambiare questa pseudo politica dello sguardo verso se stessi che porta a definirsi in una forma sempre più escludente e ristretto. Il problema è che i giovani e i meno giovani, in gran parte dell’Occidente, non sono educati a pensare al bene comune, per garantirlo in concreto e per convincere persone molto diverse tra loro della necessità di uno sforzo condiviso. È l’opposto di una guerra religiosa. È un compito troppo complicato per un Presidente, anche se è il Presidente degli Stati Uniti. Il cambiamento può venire solo dal basso.

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