Non di solo Covid si ammala l’uomo

- Carlo Zocchetti

Questa pandemia ci sta mettendo di fronte al fatto che non ci si ammala solo di Covid. Un’occasione per ripensare la struttura di offerta del Servizio sanitario

Enrico Bucci
Lapresse

Non di solo Covid si ammala l’uomo (e la donna, oggi si deve aggiungere per non essere politicamente scorretti, come anche la Chiesa si è adeguata nelle sue preghiere: mah!): quante volte nel lungo periodo che sta caratterizzando questa pandemia siamo stati messi di fronte a questo semplice dato di fatto del reale? E cosa ci può insegnare, in un periodo caratterizzato da incertezze strutturali (ma non solo), una riflessione attorno a questo elemento certo? Nelle limitate righe che permette un editoriale proviamo ad elencare dove possiamo trovare solidi mattoni da cui ripartire nella ricostruzione di un Servizio sanitario che a più riprese ha manifestato in questo periodo (anche al non addetto ai lavori) tutte le sue debolezze.

Cominciamo col dire che chi ha proposto il tema delle altre patologie al più ha fatto accenno, nello specifico, ai pazienti oncologici: non ce ne vogliano questi ultimi (per i quali abbiamo il massimo rispetto e che certamente sono stati sacrificati nei loro bisogni sanitari in questo periodo di pandemia), ma lo spettro di patologie che caratterizza la popolazione italiana è ben più ampio. Se, a solo titolo di esempio, prendiamo i decessi dell’ultimo anno per il quale sono noti i dati Istat (2017), vediamo che dei circa 650.000 deceduti in Italia le malattie del sistema circolatorio rappresentano il 36% del totale, i tumori il 28%, le malattie respiratorie l’8%, le malattie del sistema nervoso il 4%, e così via per le altre patologie (che in totale fanno il 24%): è chiaro che in questi numeri sono assenti i decessi dovuti al Covid (che, nel momento in cui scriviamo sono già oltre i 60.000).

Se invece che ai decessi pensiamo più in generale allo stato di salute della popolazione, i dati di alcune regioni (Lombardia, ad esempio) ci dicono che circa il 40% della popolazione soffre di una o più malattie croniche: dato che in Italia siamo circa 60 milioni ne consegue che circa 24 milioni sono i pazienti affetti da almeno una malattia cronica. E l’elenco dei dati potrebbe continuare a lungo considerando le ospedalizzazioni, gli accessi in pronto soccorso, le prestazioni ambulatoriali, i consumi farmaceutici, i soggetti presenti nelle varie forme di residenzialità (anziani, disabili, …), e tutte le altre attività che caratterizzano il Servizio sanitario.

Se, sempre per fare un ragionamento, consideriamo i dati della regione Lombardia di questo periodo (ma solo perché a chi scrive sono noti, e quindi possono risultare utili per fare delle riflessioni appoggiate a numeri certi) sappiamo che a disposizione del Servizio sanitario regionale (Ssr) lombardo ci sono circa 35.000 letti ordinari (con variazioni stagionali importanti: qualcosa di più in inverno e molti di meno in estate) e che nel momento di massima criticità circa 10.000 sono stati occupati da pazienti Covid: tutti gli altri evidentemente avevano in carico pazienti con altre patologie. Sappiamo anche che, in periodo non Covid, il Ssr erogava oltre 160 milioni di prestazioni ambulatoriali all’anno e oltre 70 milioni di ricette farmaceutiche.

Nei confronti di questo profilo di cure come ha agito la pandemia in corso? Ci sono alcuni elementi certi, per quanto ancora da precisare nei particolari e che necessiteranno di essere riesaminati quantitativamente quando ne saremo definitivamente usciti, e che si possono riassumere in quanto segue:

• un robusto aumento della mortalità, in particolare per patologie respiratorie (effetto Covid: al momento in cui scriviamo, quasi 60.000 in Italia, oltre 23.000 in Lombardia);

• un enorme incremento di letti di terapia intensiva (quasi il doppio rispetto alla disponibilità pre-Covid) e di letti in reparti per pazienti infettivi e assimilati (numero da valutare, ma ragionevolmente attorno ai 9-10mila, la maggior parte dei quali non aggiuntivi ma presi a prestito da altri reparti che hanno necessariamente ridotto le proprie attività);

• aumento quantitativo delle attività di pronto soccorso, ma anche notevole modifica delle problematiche sanitarie trattate in urgenza;

• grossa riduzione delle attività (prestazioni) ambulatoriali.

E l’elenco potrebbe continuare a lungo con riferimento a tutte le attività sanitarie diverse da quelle che hanno avuto diretto (ma anche indiretto) riferimento alle problematiche prodotte dalla pandemia.

Nel complesso, con la probabile eccezione dei pazienti Covid (o almeno di molti di loro), si deve parlare purtroppo per molte persone di mancato accesso alle cure, con conseguenze (almeno in teoria) facilmente prevedibili (maggior peso sulla medicina di base e sulle strutture di residenzialità leggera, per i pazienti meno gravi; aggravamento dello stato di salute e maggior mortalità, per i pazienti più gravi), senza arrivare necessariamente agli episodi che più hanno impressionato il sentire comune (come la decisione esplicita su chi curare e su chi non curare), anche se questi ultimi con molta probabilità sono stati numericamente limitati.

Su chi è ricaduto il mancato (o selezionato) accesso alle cure? Sui più agiati (che forse possono accedere anche ad altre risorse sanitarie) o sui più disagiati? Quali sintomatologie o patologie hanno avuto una significativa riduzione di accesso alle prestazioni ambulatoriali? La riduzione di queste attività ha migliorato l’appropriatezza delle cure (riduzione di prestazioni non necessarie) o ha invece provocato l’insorgenza di nuove condizioni o la mancata cura di patologie esistenti? La mortalità è solo aumentata per effetto del Covid o sono aumentati anche i decessi non associati alla pandemia? Sono aumentati i morti per cause che sono evidenti spie di disagio come suicidi, omicidi, e altre tipologie di condizioni (psichiatriche, ad esempio) che caratterizzano i momenti di difficoltà sociale? Il problema del mancato (o selezionato) accesso alle cure ha interessato in maniera differente i territori del nostro paese? E ci fermiamo qui solo per ragioni di spazio.

Se saremo accorti nel raccogliere le informazioni (ma qualche segnale ci suggerisce perplessità in proposito) e le autorità competenti metteranno a disposizione degli addetti ai lavori i dati che servono (cosa che certamente non è avvenuta in maniera adeguata per quanto riguarda nello specifico i dati sui pazienti Covid), avremo la possibilità di rispondere a molte di queste domande (se non a tutte): sarà una grande opportunità di conoscenza dello stato di salute del nostro paese, e sarà una grande opportunità per ripensare alla struttura di offerta del Servizio sanitario alla luce di dati reali (si vedano anche gli editoriali su questo tema ripetutamente proposti da Il Sussidiario), superando l’inadeguato approccio utilizzato nei confronti della pandemia dove, a parte le ovvie e macroscopiche indicazioni di distanziamento sociale e di igiene personale (mascherine, lavaggio mani, …), nessuna delle specifiche decisioni prese (chiusura di fasce orarie, di attività economiche, di scuole, trasporti eccetera) ha avuto a priori il supporto dei dati e a posteriori una valutazione degli effetti.

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