Un “lavoro di cittadinanza”

- Gianni Credit

I dati comunicati sul Reddito di cittadinanza devono far riflettere, soprattutto quelli relativi al ricollocamento nel mondo del lavoro

Reddito di Cittadinanza genova
Reddito di Cittadinanza (Lapresse)

Il governo Conte-2 ha messo in agenda una “fase 2” per il reddito di cittadinanza (Rdc). Il bilancio ormai consolidato del primo anno di operatività della più importante misura varata dal governo Conte-1 è poco equivocabile. Gli italiani beneficiari del Rdc – nel febbraio 2020 – sono 2,3 milioni, in poco meno di un milione di famiglie assistite. In questa platea, ben 908 mila titolari di Rdc risultano tuttora classificati dall’Inps come “collocabili sul mercato del lavoro”. A fronte di questi sono per ora non più di 40 mila i beneficiari che sono riusciti a ritrovare un contratto di lavoro dopo essere stati ammessi al Rdc. Per il “reddito” la manovra 2019 ha stanziato 7 miliardi, con un impegno previsto in aumento per il prossimo biennio.

Nel frattempo Regioni e Anpal hanno provveduto all’assunzione di oltre 6mila “navigator” per promuovere le politiche attive per il lavoro: per iniziare, cioè, la vera ricostruzione del ponte crollato da tempo fra “disoccupati/poveri” e mercato del lavoro. L’azione di profilazione è tanto più urgente quando una recente ricerca di Unioncamere-Anpal segnala che a fronte di 2,5 milioni di disoccupati (quasi la metà sotto i 35 anni), un’offerta di lavoro su tre da parte delle imprese rimane inevasa. Con una forte polarizzazione: da un lato verso posizioni ad alto contenuto professionale (soprattutto industriali), dall’altro verso qualifiche basse (operai edili, addetti alle pulizie, camerieri).

Su questo sfondo è stato Maurizio Del Conte – fino all’anno scorso Presidente dell’Anpal – a invitare il sistema-paese e essere meno “pigro” nell’andare “oltre il reddito di cittadinanza”. Ancora una volta sotto la lente è il diaframma critico fra assistenza e politica del lavoro: disoccupazione e povertà, ha nuovamente notato Del Conte, sono fenomeni spesso collegati, ma che rimangono diversi nelle origini e nella stessa “curabilità” in termini di public policy. Il Rdc ha invece finito per ri-fondere forzatamente politiche sociali e politiche del lavoro in un quadro “redditocentrico”: che punta sul sintomo del disagio (la mancanza di reddito) e non sulla causa (la disoccupazione e le sue molteplici motivazioni).

Il principale nodo da sciogliere resta questo. È vero che la larga maggioranza dei percettori del Rdc viene ancora incanalata verso i servizi sociali: come primo interlocutore di difficoltà personali che appaiono con evidenza precedere la mancanza di lavoro. Però della piattaforma prevista per incrociare profili dei disoccupati-rdc con i profili richiesti dalle aziende non c’è ancora traccia. E un Paese cui gli analisti di Nomura hanno prospettato ieri una recessione fino allo 0,9% del Pil nel 2020 in scenari-crash post coronavirus non può permetterselo. Chi può lavorare per un’impresa italiana che richiede capacità di cui è in possesso (o può essere dotato da percorsi formativi accelerati) deve farlo, deve poterlo fare. Anzitutto per se stesso, ma anche per l’Azienda-Paese.

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