Mattarella e la riforma urgente del Csm

- Antonio Pagliano

Il virus della brama di potere si è impossessato della magistratura italiana; inizia la caccia al vaccino. Servono misure radicali

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Durante una seduta del Csm. Da sin., Mario Suriano, Marco Mancinetti, Piercamillo Davigo, Michele Cerabona

Il virus della brama di potere si è impossessato della magistratura italiana; inizia la caccia al vaccino. 

Mala tempora currunt. La Presidenza della Repubblica ha dovuto diramare una nota con la quale ha sottolineato la gravità della degenerazione correntizia all’interno della magistratura, certificando così lo stato di crisi di credibilità e soprattutto di etica in cui verso uno dei principali poteri dello Stato.

Ma prima di cercare i rimedi, appare inevitabile fare un passo indietro. Poco più di un anno fa, quando scoppiò lo scandalo Palamara, non esitammo nel definire ciò che emergeva dagli atti investigativi (diffusi illegittimamente in violazione del segreto istruttorio alla vigilia della nomina del nuovo procuratore delle Repubblica di Roma) una guerra fra bande. Benché all’epoca tutte le intercettazioni riguardassero unicamente la corrente giudiziaria di Palamara, risultava, a chi era pronto a vederlo, come fosse in atto una sorta di resa dei conti, ben sapendo che Palamara fino al 2018 era stato all’Anm e al Csm unitamente proprio a quelle correnti che palesarono grande indignazione. 

Tuttavia, un anno or sono, passò l’idea che quello che stava venendo fuori era un cancro circoscritto, e a pagarne le conseguenze fu pertanto solo la corrente cui apparteneva il prode Palamara. Lo scandalo, con l’avallo di tutte le forze politiche, del vicepresidente del Csm e della stessa magistratura che non colse l’occasione di auto rifondarsi, fu così sostanzialmente archiviato grazie alle dimissioni dei consiglieri direttamente coinvolti.

Concluse le indagini, depositati gli atti, ridimensionate le accuse nei confronti di Palamara, si è avuto accesso non solo alle intercettazioni ma anche alle chat di wapp. Ed ecco che cala il velo e si scopre che il cancro non era circoscritto solo alla vituperata corrente dell’indagato ma esso è in realtà assai diffuso, con metastasi ramificate alla quasi totalità delle correnti della magistratura. Si scopre così che esiste un vero e proprio sistema di controllo e condizionamento delle carriere dei magistrati, apprendendo, una volta per tutte, l’esistenza di meccanismo incrociato di pressioni, promesse, scambi, velati ammonimenti, intrighi, minacce, dossier artefatti, il tutto per colpire un aspirante e favorirne un altro. La speranza è ora che il malato prenda piena consapevolezza, a differenza di quanto accaduto lo scorso anno, di quanto sia malato. La supremazia etica e culturale che soprattutto una delle principali correnti della magistratura ha sempre sbandierato, è crollata, trascinando con sé la fiducia della gente nella magistratura.

Quanto all’individuazione dei rimedi, di cui lo stesso Presidente delle Repubblica invoca l’introduzione, il punto centrale è che occorre riscoprire il merito. Il caso Palamara pone al centro del dibattito lo smascheramento dell’ipocrita “mantra” correntizio secondo cui la selezione dei dirigenti avverrebbe per attitudine e merito. Un episodio per tutti. Nel settembre del 2017 occorreva nominare i procuratori aggiunti di Milano. Il referente locale di Palamara indica la sua cinquina ed egli, che deve piazzare un suo personale candidato, chiede chi può essere sacrificato e i due si accordano sulla dottoressa Siciliano, per un semplice motivo: “è la meno schierata e quindi la più vulnerabile”. Questa è la logica (perversa) che alimenta la scelta dei giudici cui attribuire importanti incarichi ed è, a ben guardare, la stessa adoperata per le nomine politiche negli ospedali, nelle Asl o nelle società partecipate che spesso la magistratura ha giustamente contestato, ritenendola penalmente rilevante.

Se allora l’indipendenza della magistratura è fuori discussione, convinti come siamo che la cura consistente nella introduzione di una qualche forma di dipendenza dalla politica sarebbe assai peggio del male, da parte sua, la politica deve avere la forza di non ricorrere ai consueti pannicelli caldi, non ripetendo l’errore dell’anno scorso, figlio di quell’ipocrisia che per anni ha consentito si facesse finta di niente.

Lo abbiamo già detto in varie occasioni: occorre procedere verso una riforma di sistema. Occorre che il Governo abbia una visione progettuale ad ampio respiro in cui le regole di elezione del Csm siano solo un piccolo benché necessario pezzo. Prima della crisi epidemiologica, il Governo sembrava stesse per proporre un meccanismo incentrato su un sorteggio finale fra eletti. Ora si discute di un doppio turno flash, in cui il ballottaggio ci sarebbe a poche ore dal primo turno, evidentemente per non facilitare accordi. Ma le riforme serie non vanno mai fatte sulla base delle emergenze e di fatti occasionali che creano scandalo.

Si prenda invece atto dello scandalo e si taglino le radici a quel sistema di potere, ragionando a fondo su possibili rimedi strutturali. Come fatto nella crisi epidemiologica, sarebbe forse il caso di applicare misure radicali allo scopo di rovesciare logiche perverse di potere di cui, forse, i cittadini hanno finalmente compreso la portata. Le premesse non paiono francamente incoraggianti.

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