George Floyd, il grido dall’America profonda

- Giorgio Vittadini

La lettera di un giovane di Miami, Joe, ad un amico, aiuta a capire qualcosa in più di ciò che sta avvenendo dietro alle proteste in America

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Guerriglia urbana a Minneapolis dopo l'uccisione di George Floyd (LaPresse)

Un’America che non sembra ritrovare più se stessa sta facendo mostra di sé davanti al resto del mondo. Il sogno americano, che pur ha fatto da collante in una società plurale, basata spesso su una meritocrazia esasperata, oggi è in crisi in profonda.

La lettera di un giovane di Miami, Joe, ad un amico, aiuta a capire qualcosa in più di ciò che sta avvenendo dietro alle proteste che sono attualmente in corso.

Caro Enrico,
probabilmente dovrei iniziare menzionando quanto sono grato che tu mi abbia chiesto di dire qualcosa e anche quanto sia stato riluttante a farlo. Gran parte di questa riluttanza deriva dal fatto che anch’io non sono sicuro di come guardare molti di quelli che mi circondano, eppure sono anche profondamente rattristato dagli eventi che si sono verificati e dalle reazioni che sono emerse. Detto questo, farò del mio meglio per scrivere quello che penso stia accadendo e forse, così, possiamo aiutarci a capire.

Queste proteste e rivolte stanno avvenendo come un grido contro il razzismo e la discriminazione che è stato provocato dalla brutale uccisione di George Floyd, qualcosa quasi universalmente condannato sia dai civili di tutte le razze che dalle stesse forze dell’ordine. Non è un segreto per nessuno che il razzismo continui a esistere in America (come succede in altre parti del mondo), ma la mancanza di umanità nella morte di quest’uomo ha spinto tante persone a interrogarsi profondamente.

Onestamente, se non fosse stato per il Covid–19, non sono del tutto convinto che le cose avrebbero raggiunto questo livello. Le circostanze sono “perfette”: un uomo di colore è stato fermato e ucciso da un ufficiale bianco, tutto è stato filmato, le persone hanno molto più tempo di quanto avrebbero mai avuto normalmente ed erano già frustrate dal lockdown. Ma ciò non spiega ancora tutto. C’è un fattore in più che percepisco in tutto questo. Nelle ultime settimane, con innumerevoli interviste e articoli, tutto è stato messo a nudo: la paura di molte persone (soprattutto più anziane) che le cose non cambieranno abbastanza, l’assassinio e la santificazione di George Floyd, la chiamata alle armi per difendere o condannare, e in particolare le vere e proprie grida di dolore e sofferenza delle persone nella comunità nera. In molte di queste interviste ho scoperto che la verità dell’esperienza del dolore e della sofferenza che molte di queste persone hanno vissuto è innegabile e difficile da guardare. In effetti, è il modo in cui si presta attenzione a queste esperienze che mi dà la speranza per un cambiamento positivo da tutto quello sta accadendo.

C’è una notevole differenza nel modo in cui la mia generazione si è avvicinata ai temi della razza e della disuguaglianza rispetto alle persone degli anni 60 e sta nell’idea di cosa sia la giustizia. Mi sembra che la mia generazione pensi alla giustizia come una forma di punizione, anziché a un perdono e a una riconciliazione che è ciò che ho sempre sentito realizzare negli anni 60. Questo desiderio di punizione sembra guidato da anni di disconnessione rispetto a una vera esperienza umana fatta di carne e sangue: noi dipendiamo da un’immagine della vita fabbricata online. C’è poco spazio per le sfumature nei social media, quindi, naturalmente, tutto diventa una scelta binaria: “O sei con me o sei contro di me”. E in un mondo in cui l’apparenza è tutto, la cosa peggiore che può accaderti è essere dichiarato un “paria”. Quindi eviti le sfumature e scegli solo una parte. Troppo spesso una prospettiva diversa viene soffocata da un coro letterale di “Fuck You’s”. Eppure qui, con George Floyd, è successo qualcosa di così grande che è penetrato in così tanti tipi diversi di persone, da far sì che in tanti desiderassero andare oltre il cinismo della tastiera e dello schermo del computer. Hai menzionato la canzone degli S&G “America” e quella breve discussione che abbiamo avuto a questo proposito qualche tempo fa. Il motivo per cui ho sentito (e sento ancora) che quella canzone descrive così bene tanti della mia generazione è perché tutti sembrano voler partecipare a questa grande avventura prefabbricata, cercando qualcosa che tutti ti dicono che dovresti desiderare. Tuttavia, il punto cruciale è alla fine della canzone quando dice: “Kathy mi sono perso: l’ho detto, anche se sapevo che stava dormendo. Sono vuoto e dolorante e non so perché. Stavo contando le macchine sulla New Jersey Turnpike, sono andate tutte alla ricerca dell’America”. C’è una paura fondamentale, quella di avere paura di sbagliare, e ti blocchi così tanto che non puoi nemmeno dirlo alla persona accanto a te, ma guardi fuori e vedi tutti che inseguono sempre la stessa cosa. Gli eventi di queste ultime settimane hanno fatto fermare molte persone e hanno fatto loro chiedere: “aspetta, cosa vogliamo veramente?”. Ma non credo che ci sia stata abbastanza educazione per sostenere quella domanda, così molti hanno cercato di rispondere allo stesso modo di sempre provando a seguire il flusso come fanno le auto sul New Jersey Turnpike. La mia generazione è cresciuta sapendo di poter ottenere tante cose ma non di chiedere il perché. Molti di noi si sono diplomati e laureati durante la Grande Recessione, sono cresciuti durante le guerre con l’Afghanistan e l’Iraq vedendo molti di quei veterani ignorati in patria, in un mondo gestito da altri.

Quindi è cresciuto un sentimento di inutilità e cinismo in cui si fa ben poco di fronte alle molte ingiustizie su grande e piccola scala. In tutto ciò, tuttavia, i bisogni del cuore non sono in grado di essere completamente soppressi. Quindi ci sono momenti in cui tutti si svegliano per un minuto perché le circostanze rendono la realtà evidente. Per questo penso che il momento attuale sia di particolare importanza. E c’è la sensazione che qualcosa deve ancora accadere. Il rischio però è che, ora, una volta che ti sia stato chiesto “cosa vuoi?” non sai davvero come rispondere a questa domanda. Julián Carrón, presidente della fraternità di Comunione e Liberazione, si chiede: “Cosa può salvarci dal nulla?”. Beh, sento che per la prima volta da molto tempo, anche per la mia generazione, le persone si rendano conto che in realtà vogliono “Qualcosa”, che io so essere Qualcuno. Ma se non c’è un aiuto per scoprire Qualcosa o Qualcuno, questa speranza svanirà. Spero che ciò non accada e spero che impariamo cosa significano veramente giustizia e misericordia.

Il tuo fratello grato

Joe

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