George Floyd e la politica che ci manca di più

- Fernando De Haro

Le politiche di discriminazione positiva basate sull’identità, non hanno dato totalmente il risultato sperato. Lo vediamo in questi giorni

Proteste George Floyd lapresse 2020
Londra, proteste per la morte di George Floyd (Foto LaPresse)

La violenza che ucciso George Floyd il 25 maggio non si spiega solo con il vecchio razzismo contro i neri. Né è solo un problema degli Stati Uniti. E Trump non è stato la causa degli abusi della polizia. La storia conta, ma probabilmente la vecchia storia è stata rinfrescata da una nuova storia: un problema di identità contrastanti crescente in tutte le società occidentali.

La violenza della polizia contro i neri esisteva prima che Trump entrasse alla Casa Bianca. Lo dicono le statistiche. Già nel 2013 i decessi causati dagli agenti erano più di 1.000 l’anno. E anche allora i neri avevano il triplo della probabilità di morire per tale violenza rispetto ai bianchi. Il bilancio delle vittime annuale rimane, più o meno, agli stessi livelli. I neri dicono che il colore della loro pelle li rende sospetti nel 65% dei casi di conflitto. Mentre gli ispanici, la minoranza più importante del Paese, denunciano che la loro origine li rende presunti colpevoli solamente nel 37% delle occasioni.

Questi sono i dati del prestigioso Pew Research Institute, che ha mostrato che un mese prima della morte di Floyd, solo il 56% degli afroamericani riteneva che la polizia agisse per conto dei cittadini, mentre tra gli ispanici la percentuale sale a al 74%.

Forse, prima degli eventi del 25 maggio, le cose continuavano ad andare male come negli ultimi anni. Trump non ha peggiorato la violenza della polizia contro i neri. Quello che ha fatto il Presidente degli Stati Uniti, portando l’esercito per le strade di Washington e invitando i governatori a ricorrere all’esercito, è quello che fa sempre: un esercizio di brutale irresponsabilità politica, cercando il sostegno della minoranza che l’ha fatto vincere.

Il suo gesto di posare con una Bibbia, in un esercizio di teologia politica, era un tentativo per cercare la protezione del sacro, quando il sacro in quei momenti obbligava a essere vicini alle vittime, a far diminuire la rabbia e a promuovere l’unità. Trump, con il suo comportamento, sembra avvalorare l’analisi di alcuni progressisti: quattro anni fa dissero che l’attuale inquilino della Casa Bianca aveva vinto le elezioni perché era riuscito a trasformare lo svantaggio economico e la situazione di molti bianchi delle classi più basse in rabbia razziale. La vittoria gli sarebbe stata data dal famoso whitelash, il rifiuto dei bianchi poveri per le politiche a favore delle minoranze non bianche, delle minoranze costiere. Trump si comporterebbe quindi in questo modo, secondo il ritratto fatto dai suoi avversari, per garantirsi una rielezione messa a repentaglio dalla gestione del Covid-19.

Quello dei neri non è solo, o forse fondamentalmente, un problema economico. Gli ispanici, che rappresentano già una minoranza con più peso, hanno una situazione sociale ed economica più sfavorevole. Perché i problemi del razzismo, i rapporti tra neri e bianchi sono ancora fortemente conflittuali, se la guerra civile si è conclusa più di 150 anni fa? Perché questi conflitti non sono così rilevanti o almeno così visibili nei rapporti con la minoranza asiatica e ispanica? Ci sono indubbiamente ragioni storiche che richiedono un’analisi approfondita. Ma ciò che è stato fatto negli ultimi cinquant’anni non è servito a risolvere il problema. Le politiche di discriminazione positiva basate sull’identità, non hanno dato totalmente il risultato sperato: i bianchi non hanno il necessario rispetto per i neri e i neri non sono più integrati. Dalle fila progressiste lo ha denunciato Mark Lilla poco dopo la vittoria Trump alle elezioni.

In un articolo memorabile intitolato “The End of Identity Liberalism”, Lilla ha denunciato che la pratica di celebrare le differenze è “uno splendido principio di pedagogia morale, ma disastroso come base della politica democratica”. Il professore della Columbia University ha segnalato che “sin dalla più tenera età, i nostri bambini sono incoraggiati a parlare della loro identità individuale, anche prima di averla”. I contenuti nelle scuole “proiettano anacronisticamente la politica di identità attuale nel passato”. La politica di identità che comprende il transgender, le donne e le minoranze razziali avrebbe causato un crescente isolamento, un reciproco disconoscimento, un eccessivo sviluppo di nuovi diritti senza consapevolezza dei doveri. Il progetto comune sarebbe stato sciolto per sottolineare ciò che rende un cittadino diverso da un altro. Il conflitto di identità razziale si sarebbe rafforzato.

Lilla, progressista da sempre, ha fatto un appello a superare la parcellizzazione. E ha spiegato il fenomeno Trump come una reazione degli statunitensi bianchi, rurali ed evangelici che si sarebbero concepiti come un gruppo svantaggiato, la cui identità è minacciata o ignorata. È il fantasma che attraversa il mondo: il riconoscimento dell’altro svanisce.

Lilla concludeva il suo articolo sottolineando che “in periodi sani, la politica nazionale non si occupa della ‘differenza’, ma del ‘comune'”. È la politica che manca di più.

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