Dietro un ritratto, l’avvenimento umano

- Giuseppe Frangi

A volte accade che un articolo non finisca dopo che si è letta l’ultima parola. È successo qualcosa di speciale dopo quello sul ritratto di Cézanne

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Il palazzo della mostra

A volte accade che un articolo non finisca dopo che si è letta l’ultima parola. Così è successo per un intervento che avevo scritto per Il Sussidiario nel marzo scorso, dedicato all’ultimo quadro visto prima del lockdown: un formidabile ritratto di Cézanne, “L’uomo con le braccia conserte”, esposto a Milano per la mostra dedicata alla Collezione Tannhaüser. Era un ritratto di un uomo senza nome che nella sua determinazione sembrava lanciare una sfida. Un’amica coraggiosa mi aveva chiamato per chiedere se era ipotizzabile uno sviluppo in forma di mostra degli spunti suggeriti da quel quadro meraviglioso. E una mostra infatti è nata, accolta negli spazi che l’amica ha messo a disposizione: uno stupendo palazzotto del ‘400 nel cuore di Domodossola, Casa De Rodis.

Già, ma una mostra su che cosa se evidentemente quel quadro di Cézanne era fuori portata? L’unica strada possibile era immaginare una mostra a partire dalla tensione umana che visibilmente vibrava in quel ritratto. È la stessa tensione che tutti abbiamo scorto nelle settimane successive, quelle più drammatiche della pandemia, sui volti di decine di infermieri e medici. Li abbiamo conosciuti sotto la forma di “ritratti” fotografici, come quello di Monica Falocchi, capo infermiera della terapia intensiva dell’ospedale di Brescia, finita sulla copertina del New York Times Magazine. Era un’immagine iconica scattata da un grande fotografo (grande perché umano, non perché spettacolare), Andrea Frazzetta. Un “ritratto” nel senso totale del termine perché ci restituiva, prima ancora che le sue sembianze, il contenuto del suo essere persona, fatto di dedizione alla vita, di fedeltà a un compito, di rapporto leale con un destino. Ebbene quella dimensione dell’umano come rapporto con un destino, come risposta alla domanda fondamentale evidenziata da Roland Barthes proprio parlando di fotografia, “perché io vivo qui ed ora?”, ha suggerito di guardare con un occhio diverso un “genere” come quello del ritratto.

Che cosa ci testimonia davvero un ritratto? La sfida è stata quella di andare a scoprirlo in 13 opere da Umberto Boccioni (con il ritratto della madre) ai giorni nostri. Davanti ai soggetti gli artisti sono infatti chiamati ogni volta ad attuare una “condensazione dell’umano”. “Il pittore”, scrive Dostoevskij nell’Adolescente, “studia il viso e indovina questo pensiero essenziale del viso, lo sorprende nel suo attimo essenziale”.

Naturalmente una mostra in un tempo come questo non poteva essere pensata in termini normali (il progetto espositivo è di Casa Testori). Innanzitutto perché deve fare i conti con i tanti paletti imposti dalle regole post pandemia. In secondo luogo, perché partendo da un fatto che ha toccato la vita di tutti, deve provare a parlare a tutti. Per questo ne è scaturita una mostra su piazza, con i 13 ritratti che, riprodotti, si affacciano dalle finestre del palazzo. Invece si presentano dal vero, a rotazione, affacciandosi da una grande vetrina al piano terra: una vetrina che è dunque un palcoscenico, dove ogni ritratto torna a essere quello che è: un avvenimento umano.



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