Giovani? Roba minima

- Maurizio Vitali

Il Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo mostra che nonostante alcune percentuali drammatiche, come quelle dei Neet, i giovani hanno desideri e intraprendenza. Ma chi investe su di loro?

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LaPresse

Nel raggio di un chilometro da dove abito, accade quanto segue. Una marocchina di 15 anni, famiglia poverissima, viene a casa mia per poter fare a distanza l’esame di terza media con un pc in grado di dialogare con i sistemi della scuola, a differenza del tablet che la scuola stessa gli aveva fornito. Stessi giorni, un coetaneo italiano – papà operaio in terapia per Covid – frequenta (?) il primo anno del corso professionale per carrozziere, e viene bocciato proprio quest’anno! Solo in extremis, a tempo scaduto, viene reiscritto alla scuola. Terza coetanea nel mio mondo piccolo, papà in galera, è stata promossa al primo anno del corso professionale di pasticceria fatto on line, come si è potuto; speriamo nel secondo anno prima di assaggiare.

Dici: vabbè, sono la minoranza dei segmenti fragili – mondo piccolo, roba minima – per i quali c’è comunque il Banco di solidarietà (nel caso in oggetto), o la Caritas, o simili.

Occhio: quello di cui parliamo è la soglia di accesso alla categoria dei cosiddetti Neet, acronimo naturalmente english, che vuol dire giovani tra i 15 e i 29 anni non impegnati né con lo studio né con la preparazione e la ricerca attiva del lavoro. Candidati “scarti”, per usare la definizione di papa Francesco, che è l’unica senza peli sulla lingua. Si dà però il caso che i candidati scarti, o Neet che dir si voglia, siano la bellezza del 12,6 per cento dei giovani europei e il 22 e passa per cento dei giovani italiani, quasi uno su quattro (uno su sei-sette in Lombardia, uno ogni tre al Sud. Totale molto oltre i 2 milioni).

E il Covid avrà l’effetto di peggiorare la situazione: già accaduto in parte: persi 500mila posti di lavoro, altri 700mila disoccupati previsti per l’autunno. E quanto alla scuola, ci saranno banchi distanziati ma va a sapere quando gli organici degli insegnanti saranno a posto.  

L’Italia è da tempo nella classe degli asini per quanto riguarda gli investimenti in istruzione e formazione e in politiche attive di introduzione al lavoro. Il regnante governo con l’alibi del Covid, e del resto anche il precedente governo senza l’alibi del Covid, hanno aggravato i problemi. Come già scritto, il ministero dell’Istruzione si occupa ormai di distanziometri e grida sanitarie; mentre è palesemente fallita la presunzione di avviare al lavoro con i meccanismi del reddito di cittadinanza e con il decreto Rilancio non viene cancellata la norma che impediva la riassunzione dei precari se non con un “causalone” . “Niente – ha commentato Ferlini sul Sussidiario di ieri – ha vinto ancora l’ideologia bugiarda di chi vuol livellare il lavoro e produce nuova disoccupazione”. Ignorando i suggerimenti della commissione Colao, degli imprenditori, dei sindacati e preparando la perdita del milione di posti di lavoro che il Jobs Act bene o male aveva prodotto.

Siamo un Paese che non investe sui giovani.

Questo per due ragioni. La prima: una miopia a riguardo del futuro del paese, che equivale a una mancanza, nella quasi totalità della classe politica, di visione da statisti. D’altra parte una cultura politica non s’inventa.

Ma la seconda ragione, che sarebbe in realtà la prima, quella più profonda, è una mancanza di sensibilità e di interesse al valore e al destino della persona come protagonista della storia. È questa l’origine della mancanza di vera visione del futuro della nostra società.

L’Istituto Toniolo pubblica da un po’ di anni un Rapporto Giovani, frutto di un’accurata indagine sul campo.

Quella appena pubblicata (edizioni il Mulino) mostra che nonostante tutto i giovani italiani hanno risorse e possibilità. Per esempio: desiderano avere famiglia e figli prima dei trent’anni; hanno una buona conoscenza delle professioni del futuro, hanno una propensione alle nuove tecnologie digitali senza staccarsi dal gusto delle relazioni umane. Addirittura, e qui si smentisce un certo cliché, si dicono disposti a cambiare luogo di residenza, in Italia e anche all’estero, in percentuali quasi doppie dei principali paesi di confronto (Regno Unito, Francia, Germania, Spagna).

Ma “Dalla riduzione dei giovani in Italia – afferma Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo – passando per un restringimento delle possibilità di adeguata formazione e valorizzazione, si arriva a un ribasso dei progetti di vita e professionali, che porta a minor crescita economica e aumento delle diseguaglianze sociali”.

A fronte di tutto questo esiste una ammirevole creatività di tante persone e realtà di base: oratori estivi (a prova di Covid), insegnanti che si prendono cura davvero dei loro ragazzi, cioè del loro bisogno di istruzione e di educazione, imprenditori che curano la crescita del capitale umano.

Sono esperienze da guardare e sostenere. E soprattutto da cui imparare un metodo e un orientamento anche politico.

La tanto vituperata (oh, non di rado con ragione) Europa ha messo per esempio a disposizione, dal 2014 in poi, un po’ di miliardi per il progetto Next Generation Eu, tre miliardi annui grazie ai quali 24 milioni di giovani europei hanno beneficiato dei programmi di Garanzia Giovani, sottraendosi alla deriva della marginalizzazione e dello scarto. Più in generale, sono previsti per l’occupazione e la crescita del capitale umano giovanile centinaia di miliardi complessivamente. Vogliamo parlare di politiche dell’istruzione e del lavoro, in un quadro europeo, o solo di redditi di emergenza (erogati in ritardo) e di banchi distanziati?

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