Se il peggiore mestiere è non averne alcuno

- Marco Pozza

Un uomo che non trova lavoro è lo spettacolo più sconsolante che una vita possa mandare in onda. «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?»

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Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato (1901)

Non era fancazzismo il loro, ma il semplice fatto che dopo essersi sentito dire “Vi faremo sapere!”, erano scomparsi tutti. Avevan passato giorni a bussare alla porta delle aziende per consegnare il loro curriculum: quel giorno, l’ennesimo di chissà quanti, si erano un po’ demoralizzati. La gente che li vedeva confabulare seduti in piazza – “Stiamo vivendo gli anni d’oro della disoccupazione, miseria?” dicevano tra loro –, vedendoli lì dal mattino, avevano persino iniziato a menarli per i fondelli: “Avete deciso che disoccupati diventare da grandi?” dicevano loro.

Non si accorgevano, forse, che un uomo che non trova lavoro è lo spettacolo più sconsolante che una vita possa mandare in onda. Serviva del cuore perché, scrutando quella malinconia, potessero intuire che il peggiore mestiere è non averne alcuno. “Cosa ne pensi? – dicevano gli assistenti sociali affacciandosi dalla finestra del comune – Proviamo a pensare per loro un accompagnamento psicologico per evitare che in famiglia accadano drammi?”. Non si accorgevano, tutta-testa, che non servivano psicologi: bastava un posto di lavoro. In piazza era in atto il comizio muto di chi aveva licenziato la fortuna per assenteismo.

Era d’autunno, la stagione della vendemmia. «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie» (Giuseppe Ungaretti): si può cadere per terra da un momento all’altro, il vivere è tutto un (soprav)vivere irrequieto, precario, minacciato. Di quella vigna, forse, manco avevano sentito parlare: tutt’al più vedevano i trattori passare per la piazzetta, qualche agricolo fermarsi a tracannare un bicchiere di Lambrusco, ad avvertire tutta la vergogna d’apparire nullafacenti agli occhi altrui sentendo di non volerlo affatto essere. L’umiliazione d’essere padri senza stipendio, spolpati della pur minima dignità. “E fu sera e fu mattina”, per l’ennesima giornata.

Poi, il giorno dopo, nell’ora più malinconica ch’è quasi l’ora in cui i figli cercano il pane sul tavolo, uno si differenzia: vuol capire quella loro insopportabile fatica di non fare nulla. Si accorge, vedendoli da giorni così, che la loro non è affatto una vita da “Adesso mi alzo” e poi nessuno si alza. C’è dell’altro, qualcosa di diverso, un non so che d’affettivo. Chiede, dunque, perché: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Al giudizio saccente, antepone un interesse ignorante: perché?

Domanda da mille e una notte per gente in notte-fonda, senza più notti adibite al sonno: «Perché nessuno ci ha presi a giornata» gli rispondono. Colpo di genio: chiedere è trovare una risposta al perché. È scoprire di poter risolvere, senza alcun depressivo, quell’ansia che li condannava alla crocifissione su quei gradini: «Andate anche voi nella vigna». Pronti-via: senza perdere un istante ad immaginare se quel lavoro piaccia o meno, sia stancante o rilassante. All’opera.

Dopo poco prenderanno la stessa paga. La sorpresa sarà tutta loro: “Che signore quest’uomo. A me sarebbe bastato un cestino d’uva. E l’eccitazione di poter dire ai miei che me la sono guadagnata oggi. Invece le stesse monete di chi ha contratto fisso”. Sconcerto per gli altri, i mattinieri: «Un’ora soltanto, li hai trattati come noi» (cfr Mt 20,1-16). Rabbia, forse, bestemmia, ripicca, sguardi di insopportabile sopportazione verso gli ultimi arrivati: “Non hanno fatto niente tutto il giorno e se ne vanno come noi, gli idioti della mattina” spettegolano, testa in giù. Bastava avessero guardato in faccia quelli del “turno delle cinque” per capire che anche loro stavano al lavoro dal mattino: un’intera giornata a cercare lavoro, fiducia, la chance sperata. Ad incrociare qualcuno che, oltre al lavoro, offrisse loro anche uno stipendio. Fino alle cinque del pomeriggio, quando uno li assume nella sua azienda: “Portate con voi anche le ore passate a cercare un lavoro senza che alcuno si curasse di voi. Pagherò io quelle: ve le riscatto”.

Ero bambino quando papà ha perduto il suo lavoro: quel maledetto giorno ho intuito che il “turno delle cinque” è il più molesto da vivere. È il più comodo da giudicare se non si trova il coraggio di chiedere il perché. Lo stipendio è mensile, ma le spese giornaliere.

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