Il cuore intelligente che ci occorre

- Fernando De Haro

La “realtà sentita” pare essere diventata una tirannia che sostituisce i fatti. Sembrano contare di più le forti reazioni emotive

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Le emozioni provate durante la pandemia hanno cambiato la percezione del tempo. Le persone che hanno sofferto ansia e nervosismo hanno avuto la sensazione di aver vissuto, durante l’ultimo anno e mezzo, un lungo periodo della loro esistenza, mentre per quanti sono rimasti calmi il tempo è passato rapidamente. La differenza tra il tempo soggettivo e il tempo oggettivo è un classico, ma ora Philip Gable, professore alla University of Delaware, lo ha accertato una volta di più in una ricerca sul campo riguardo gli effetti dei sentimenti durante il Covid.

Questa variazione nella percezione della realtà ci preoccupa. Pensiamo che questo fenomeno psicologico, inevitabile, si sia acuito e sia diventato la modalità sistematica con cui la nostra cultura si relaziona con le cose, senza trovare un ancoraggio oggettivo per le emozioni. 

Succede in altri campi. L’aspirazione a recuperare un certo ordine ci porta, ogni volta con maggiore frequenza, a chiedere una vita sociale e professionale basata sulla meritocrazia, un’educazione fondata sullo sforzo e l’assimilazione di contenuti. Per fermare il “declino dei valori” e la perdita del miglior spirito occidentale chiediamo anche di porre un freno alla soggettività che ha finito per dissolvere le identità e per diffidare dell’esperienza. Gli affetti, associati ora all’eccessivamente dolce o all’eccessivamente piccante, si sono trasformati in un oggetto dei nostri sospetti.

Questi timori sarebbero confermati da quanto è successo negli ultimi giorni in Austria. Molti austriaci “sentono” che i vaccini non sono sicuri ed è stato necessario ricorrere a misure forti per evitare ulteriori spropositi. Tuttavia, il fenomeno ha qualche anno e c’è chi chiama “una democrazia sentimentale” la nostra forma di convivenza.

Martha Nussbaum è stata una degli intellettuali che si sono dedicati a teorizzare il peso degli affetti nella vita politica. È sempre stato così. Ora però sembra che siamo arrivati a un punto estremo, perché la “realtà sentita” è diventata una tirannia che sostituisce i fatti. Prova ne è il peso politico che ha l’emotività negativa – odio, paura, invidia, risentimento – piuttosto che buonista sui social network. Tutto è zucchero o pepe. Tutti i sentimenti si mescolano con nuove forme di narcisismo e sono quelli che generano fenomeni come la Brexit, la xenofobia, il populismo o i movimenti della cancellazione, quelli che radicalizzano le reazioni identitarie.

Per abbassare l’eccesso di zucchero o di pepe generato dalle emozioni si dovrebbero lasciare da parte le esperienze personali e recuperare una “ragione forte”, con un sufficiente grado di autonomia rispetto al sentimento tanto da percepire la realtà com’è. Se vogliamo tornare a porre un certo ordine nella conoscenza è necessario recuperare i sillogismi. Bisogna curare gli eccessi provocati dalla “intelligenza emozionale”, definizione che si iniziò a utilizzare a metà degli anni ’60 e che è diventata popolare a partire dagli anni ’90.

Il filosofo Michael J. Sandel, nel suo libro “La tirannia del merito”, ha smontato i presunti vantaggi di una società basata sul merito. C’è da sperare che nel mondo dell’insegnamento si faccia strada un cammino intermedio tra l’educazione comprensiva, la formazione di abilità, e il ritorno al potenziamento della volontà, della disciplina e dell’enfasi sulla assimilazione di contenuti. Una terza via che valorizzi la capacità dell’adulto di provocare personalmente lo studente.

Qualcosa di simile è necessario sul terreno degli affetti. Non si torna all’ordine attutendo le emozioni per evitare i loro eccessi. Il re Salomone chiede a Dio un cuore intelligente, e come dice Finkielkraut, dopo un secolo devastato da un’intelligenza meramente funzionale e di processi, cioè di sentimentalità sommaria, binaria, astratta, sovranamente indifferente alla singolarità e alla precarietà dei destini individuali, questa preghiera di essere dotati di perspicacia affettiva continua a mantenere tutto il suo valore.

La perspicacia affettiva di cui parla lo scrittore francese (interesse, rifiuto, passione, noia) è quella che permette alla ragione di capire che cosa vale la pena. Non vi è conoscenza senza che il sentimento vibri. Non si torna all’ordine in base agli sconti nell’umano.

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