Pnrr e nuove filiere: il rilancio dell’Italia passa da qui

- Alberto Sportoletti

Occorre dare corpo e concretezza, con i giusti interventi, all’occasione epocale rappresentata dal Piano nazionale di ripresa e resilienza

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LaPresse

Nella parte conclusiva del capolavoro cinematografico di Milos Forman Amadeus si svolge uno struggente dialogo in cui Mozart sul letto di morte è intento a dettare la partitura dell’incompiuta Messa di Requiem a Salieri. Egli, dopo aver invidiato e osteggiato in ogni modo il genio di Salisburgo, ora si trova a tradurre in opera la sua forse più grande intuizione musicale, in un misto di incomprensione e stupore. Dopo tanti tranelli e contrapposizioni, per un istante entrambi si rendono conto di avere bisogno l’uno dell’altro per dare corpo a qualcosa che passerà alla storia: non può bastare il genio e la sregolatezza dell’autore visionario, ma è necessaria anche la tenacia ambiziosa del mediocre compositore-traduttore per realizzare l’impresa.

Venendo ai giorni nostri fuor di metafora – chiedendo venia per l’azzardo del paragone tra vette artistiche così elevate con situazioni reali molto più prosaiche (ma la vita non è più interessante quando si scoprono connessioni e analogie tra mondi apparentemente diversi e lontani?) – l’occasione epocale del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ci si pone davanti un po’ come una grande (se non altro per la quantità monstre di risorse messe in campo) opera sinfonica appena accennata sulla carta a cui è necessario, ognuno per la sua parte nell’orchestra, dare corpo e concretezza attraverso la condivisione di una visione che leghi tra loro i movimenti (le missioni) e le note (i progetti) nello spartito con un’adeguata governance e un’interpretazione corale all’altezza, ove occorre talento, metodo e tenacia da parte di tutti gli attori coinvolti.

Limitandoci al potenziale impatto dirompente delle ingenti risorse già allocate dal Pnrr sul rilancio delle filiere produttive, industriali e dei servizi, soprattutto nei capitoli riguardanti le prime tre missioni (digitalizzazione, innovazione e competitività; transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile), dall’esperienza in progetti di riqualificazione del tessuto industriale del nostro Paese emergono alcune evidenze che possono costituire criteri di riferimento per il loro utilizzo.

Innanzitutto occorre condividere una visione di fondo di politica industriale per nulla scontata fondata sulla salvaguardia e sull’incremento del lavoro, dando priorità agli interventi che rigenerino a monte le condizioni per fare impresa in Italia e cavalcando opportunamente i trend di re-shoring industriale da est a ovest già parzialmente in atto.

Da questo punto di vista, tutti gli interventi di riforma a valle del mercato del lavoro (incentivi alle assunzioni, riqualificazione, politiche attive e passive, ecc.) rischiano di essere inincidenti nel medio-lungo termine senza forti interventi, in particolare sul fronte fiscale e burocratico, per attrarre investimenti produttivi e rendere l’Italia un posto ambìto per intraprendere. D’altro canto abbiamo già visto anche il fallimento di politiche che, pur proponendosi di innescare sviluppo economico partendo dallo stimolo ai consumi, spesso hanno solo drogato il mercato nel breve periodo con assorbimento del valore aggiunto da parte di elementi della filiera situati all’estero (un esempio su tutti: i vari conti energia nel campo del solare fotovoltaico) invece di attrarre sul nostro suolo i pezzi più pregiati delle filiere industriali a maggior potenziale (nell’esempio: i produttori di silicio e di celle fotovoltaiche). Abbiamo così creato un ricco mercato di sbocco temporaneo senza che il denaro immesso dalla mano pubblica generasse ecosistemi produttivi, competenze e quindi occupazione e ricchezza, anche a beneficio dei consumi finali, nella nostra economia. Oltre a dare vera dignità, cultura e benessere alla persona, è il lavoro che genera valore duraturo sociale ed economico nel tempo, non il denaro in sé.

A partire da questo obiettivo di fondo, alcuni spunti operativi emergono dall’osservazione del nostro tessuto economico e dai trend delle catene del valore globali che possono indicarci le priorità di intervento e allocazione delle risorse per massimizzarne il rendimento in termini di sviluppo e occupazione:

– Favorire il rilancio della manifattura e la riconversione delle aziende in sofferenza verso la produzione di beni che rispondano alle esigenze delle transizioni in atto, privilegiando quei segmenti a maggior valore aggiunto delle filiere più promettenti che incrociano le eccellenze che ci sono già riconosciute, come la qualità del nostro capitale umano e l’humus fertile di molti nostri ecosistemi distrettuali. Pensiamo ad esempio alle numerose declinazioni dell’economia circolare (pe esempio, riciclo delle batterie e della plastica), alla transizione del settore automotive all’elettrico e ai combustibili puliti come l’idrogeno, alla meccatronica e automazione, alla manifattura e ai servizi per la sostenibilità ambientale (all’edizione 2021 di Ecomondo le aziende espositrici italiane sono state ben 986 pari all’85% del totale), ecc. Sono processi che andranno accompagnati da politiche di salvaguardia occupazionale perché la transizione ha dei tempi di isteresi non immediati per la riqualificazione e il riassorbimento dei lavoratori nel nuovo assetto.

– Incentivare modalità di ristrutturazione aziendale che siano condotte in modo da favorire la continuità occupazionale dei lavoratori tramite reindustrializzazione, riqualificazione e ricollocamento sul territorio. Andrebbe convertito esplicitamente nella direzione della continuità occupazionale, il cosiddetto decreto anti-delocalizzazioni da tempo in discussione tra le parti sociali e il governo, che trova resistenze proprio per una sua impronta percepita, a torto o a ragione, come punitiva per le imprese: se vogliamo attrarre investimenti anche dall’estero non possiamo evitare situazioni in sé fisiologiche e inevitabili come le ristrutturazioni delle medio grandi imprese, ma incentivarne una gestione attenta al mantenimento dei livelli occupazionali territoriali, che alla fine si dimostra conveniente sia dal punto di vista economico che reputazionale per l’impresa, penalizzando piuttosto l’approccio tradizionale “paga e chiudi”. Paradossalmente le chiusure di alcuni siti produttivi, se gestiti in logica di sostenibilità e responsabilità sociale, possono essere una leva di accelerazione della trasformazione e dell’attrazione di nuovi investimenti produttivi oltre che di sostegno alla crescita di altre imprese che nel territorio stanno già cogliendo le opportunità delle transizioni in atto.

– Investire in modo intelligente e mirato sullo sviluppo del capitale umano. Il Pnrr insiste in ognuna delle sei missioni di cui è composto (digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute) sull’importanza di formare e mantenere il capitale umano necessario alla conduzione di ogni impresa, progetto o paese. Ma questo va fatto partendo dall’osservazione attenta della realtà e delle esigenze delle imprese, in collaborazione con esse, per colmare davvero il digital gap e il clamoroso skill mismatch (hard e soft) che attanaglia la realtà italiana del mercato del lavoro. Spesso il modo più efficace di riqualificare, soprattutto nelle PMI, è “on the job”: vanno testati e affinati strumenti quali il programma GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori) varato a fine 2020, ma anche forme contrattuali che incentivino l’azione formativa e trasformativa delle competenze svolta dalle imprese stesse nella continua migrazione tra settori del capitale umano, di ogni età, che vediamo quanto mai urgente dopo la pandemia.

Il tema delle soft skill merita un discorso dedicato. In questa sede accenniamo solo al fatto che la crisi pandemica ha enfatizzato ancora di più per le imprese la portata di tale sfida (lo stesso remote o smart working si pone per ogni organizzazione innanzitutto come una sfida motivazionale, prima che procedurale e tecnologica), sfida che è innanzitutto di natura culturale e quindi educativa. Non può dunque essere ridotta a tecnicalità da insegnare in un corso apposito per quanto creativo, né a un provvedimento legislativo per quanto potente: si gioca nelle scelte e nelle decisioni di ogni giorno mettendo in discussione la stessa ragion d’essere dell’impresa e il significato del lavoro.

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